«Fogli d'arte» è una pubblicazione identificata univocamente da un codice ISSN (International Standard Serial Number), attribuito in data 7 marzo 2008: ISSN 1974-4455. Per comunicazioni: foglidarte@gmail.com.

lunedì 15 settembre 2014

«Aspettando Godot»: «una commedia in cui non accade nulla, per due volte»

«Una commedia in cui non accade nulla, per due volte»: così il critico irlandese Vivian Mercier, in un articolo apparso sull’«Irish Times» nel febbraio 1956, recensiva «Aspettando Godot», dramma in due atti di Samuel Beckett, premio Nobel per la letteratura nel 1969, scritto in francese tra l’ottobre 1948 e il febbraio 1949, la cui prima rappresentazione si tenne il 5 gennaio 1953 al Théâtre de Babylone di Parigi, per la regia di Roger Blin. È, infatti, la condizione dell’attesa a ordire la trama della piéce, pietra miliare della cultura novecentesca e opera emblematica di quella corrente drammaturgica d’avanguardia che ha raccontato la crisi esistenziale dell’uomo contemporaneo e che il critico inglese Martin Esslin ha definito Teatro dell’assurdo.
Con questa tragicommedia, nella quale l’azione vera e propria è ridotta a pochi atti insignificanti e persino surreali, l’autore irlandese si libera delle condizioni naturalistiche del teatro borghese ottocentesco, ormai trasformatesi in sterile routine, e prende a prestito la formula di quello che Peter Szondi ha definito «dramma di conversazione» per svuotarla di tutte le sue componenti più rilevanti, privando cioè il dialogo tra i personaggi della sua funzione significante e rendendolo così fine a se stesso. Samuel Beckett rivoluziona, in questo modo, il linguaggio scenico e lo mette in burletta -sostiene lo scrittore Federico Platania- «con la sua commistione di registri alti e bassi (citazioni teologiche e turpiloquio), il mix dei generi (tragedia, commedia, teatro comico, gag da cabaret), con il suo disinnescare quelli che fino ad allora erano considerati punti fermi intoccabili (azione, trama, significato), con le sue pause, i suoi silenzi, i suoi ritorni inconcludenti».
Vladimiro (Didi) ed Estragone (Gogo), i protagonisti della tragicommedia beckettiana, sono due mendicanti che vivono in strada e che in una landa desolata, definita unicamente dalla presenza di un albero, attendono un certo signor Godot, del quale non conoscono né le fattezze né il giorno e l’orario dell’arrivo, ma che sono certi li salverà dal misero stato in cui si trovano. Per ingannare l’attesa ed esorcizzare il vuoto e l’insicurezza che patiscono di fronte al ripetersi ciclico e privo di senso delle proprie vite, così tristi e inutili da far nascere in loro continui propositi di suicidio non portati a termine per fiacchezza o impossibilità materiale (l’albero è troppo basso, la cintura si spezza), i due uomini parlano del più e del meno. Scelgono a caso un’idea, un ragionamento, il commento di un fatto e subito lo abbandonano per un nuovo argomento di conversazione. Si ha così l’impressione di assistere a continui «numeri attoriali» messi in scena da due vecchi interpreti del teatro di varietà o delle comiche cinematografiche che ripetono, talora svogliatamente e per abitudine, un repertorio ormai consumato.
In questa situazione stagnante fatta di eventi minimi come togliersi le scarpe, mangiare una carota o scambiarsi i cappelli, Vladimiro ed Estragone incontrano una strana coppia di personaggi: Pozzo, un proprietario terriero che conduce legato a una corda il suo servo, Lucky, disfatto dalla fatica di trascinare valigie piene di sabbia e trattato come un animale a suon di frustate. Il passaggio di queste persone, che si ripresenteranno anche nel secondo atto (uno cieco, l’altro muto), non ha, però, alcun effetto concreto sulla situazione dei due clochard: «Beh, ha fatto passare il tempo» / «Sarebbe passato lo stesso» / «Sì, ma più adagio», dicono i due protagonisti.
Il dramma si chiude con l’immagine di Vladimiro ed Estragone che continuano ad aspettare Godot, incapaci di qualsiasi azione. «Allora, andiamo?» / «Andiamo» è il duetto che chiude l’opera, ma entrambi i personaggi -annota la didascalia scenica- non si muovono, perché non hanno progetti e non sanno dove recarsi; sono come anchilosati, impossibilitati a fuggire dalla monotona ripetitività della propria esistenza.
Ma chi è Godot? Sono stati scritti fiumi di inchiostro per dare una risposta a questa domanda. Si è parlato di destino, morte e fortuna; l’ipotesi critica più diffusa sostiene, però, che l’invisibile protagonista della tragicommedia sia il Dio cristiano, oltre che per l’evidente richiamo fonetico tra i termini Godot e God, anche per la descrizione di un giovane emissario mandato ai due clochard, che parla di un vecchio con la barba bianca. L’autore ha, però, sempre rifiutato questa lettura della sua opera, affermando a più riprese «Se avessi saputo chi è Godot, l’avrei scritto nel copione» o Se Godot fosse Dio, l’avrei chiamato così».
È, però, certo che a fare da filo conduttore al lavoro del drammaturgo irlandese sia l’idea di una condizione umana segnata dalla sofferenza e dall’assenza di senso della vita stessa. In Samuel Beckett –scrive, infatti, Paolo Bertinetti- «si trova esplicitamente l’eco di Leopardi e di Schopenauer.

Da un lato c’è la consapevolezza dell’«infinita vanità di tutto». Dall’altro c’è la persuasione che la vita è una punizione per la colpa originaria di essere nati. Per i personaggi di Beckett, come per la «creatura» di Ungaretti, «la morte si sconta vivendo» […]. Idea di un pessimismo per molti insostenibile». 
Sulla tragicità della situazione si innesta una comicità che assume toni grotteschi. Poco importa se il pubblico ride perché, come scrisse l’autore al regista Roger Blin in vista della prima messinscena, «niente è più grottesco del tragico». O, per usare le parole di un’altra opera beckettiana, «Finale di partita», «niente è più comico dell’infelicità».


Didascalie delle immagini 
[Fig. 1] Samuel Beckett durante le prove della tragicommedia «Aspettando Godot»; [fig. 2] Eros Pagni e Ugo Pagliai in «Aspettando Godot». Foto M. Norberth; [fig. 3] Eros Pagni, Roberto Serpi, Ugo Pagliai, e Gianluca Gobbi in «Aspettando Godot». Foto M. Norberth.

sabato 9 agosto 2014

Da Michelangelo a Frida Kahlo, dal Veronese a Tina Modotti: un'estate di grande mostre

Era il 1670 quando nella guida «Voyage or a Compleat Journey Trough Italy» di Richard Lassels faceva la sua prima comparsa il termine Gran tour, un neologismo che da quel momento in poi avrebbe indicato il lungo viaggio di formazione in Europa, ma soprattutto in Italia, intrapreso, a partire dalla seconda metà del Cinquecento, dai giovani dell'aristocrazia inglese, francese, tedesca e fiamminga e in seguito, ovvero dal secolo dei Lumi, anche da grandi artisti e intellettuali attratti dal fascino delle antichità romane, dalle melanconica malia di Venezia, dalle collezioni artistiche di Firenze, dal verde della campagna toscana, dal sole di Napoli.
Roma era il baricentro di questo viaggio erudito tra antico e pagano, moderno e papale, religioso e laico, a contatto con la cultura di un popolo dalla storia millenaria, una sorta di «vacanza intelligente» ante litteram che non disdegnava i piaceri della buona tavola, le cure in qualche stazione termale come Bagni di Lucca o l'ozio creativo in località marine come Lerici o Portovenere.
I monumenti maestosi della «Città eterna», le opere di Raffaello e Michelangelo in Vaticano, le antica vestigia degli scavi archeologici allora in corso erano, infatti, la meta agognata da molti intellettuali, a cominciare da Johann Wolfgang von Goethe, Michel de Montagne, René de Chateaubriand e Stendahl.
La fotografia non era ancora stata inventata e i propri ricordi di viaggio, che fossero la luminosità mediterranea dell'urbe con sue le avvincenti variazioni coloristiche dei tramonti o la quotidianità del popolo intento a comprare frutta e ad attingere acqua da una fontanella, venivano fissati su piccoli taccuini con pochi tratti di matita o veloci pennellate ad acquerello. Chi non era capace di disegnare poteva acquistare album per turisti già pronti, ma anche fogli sciolti con riproduzioni di vedute romane quali il Foro, il Colosseo, villa Borghese, Castel Sant’Angelo e Ponte Milvio o anche con visioni mitizzate della campagne fuori città, tra Nemi, Tivoli e il lago di Albano.

Dai vedutisti tedeschi ad Alberto Lionello, un percorso tra le mostre romane
A questi lavori che parlano di vacanze nell'epoca antecedente alla nascita del turismo di massa è dedicata la mostra «Vedutisti tedeschi a Roma tra il XVIII e il XIX secolo», a cura di Simonetta Tozzi, che conclude il ciclo «Luoghi comuni», iniziato nel 2012 e nel 2013 con due esposizioni dedicate ai vedutisti francesi e inglesi e del quale rimarrà documentazione in un catalogo pubblicato da Campisano editore.
L'esposizione, allestita fino al 28 settembre a Palazzo Braschi, allinea un'ottantina di opere, in gran parte eseguite da pittori che gravitavano nella cerchia di Angelika Kauffmann, artista tedesca che aveva fatto della sua dimora in via Sistina un vero e proprio cenacolo all’avanguardia per intellettuali e personaggi stranieri di passaggio in città.
La personalità più carismatica di questo gruppo era senza dubbio quella di Jacob Philipp Hackert, pittore di paesaggi tra i più quotati e meglio remunerati dell’epoca che ricevette committenze da Caterina di Russia e da Ferdinando IV e che fu amico e maestro di disegno dello stesso Goethe.
Insieme alle sue acqueforti sono esposte anche opere di Friedrich Wilhelm Gmelin, Johann Christian Reinhart, Jakob Wilhelm Mechau e Joseph Anton Koch, artista della cerchia dei Nazareni al quale si devono vedute dominate da una natura incontaminata, arcaica ed eroica, che hanno per scenario la remota regione dei monti Sabini, e principalmente le località di Olevano e Civitella.
Ciò che affascinava di Roma i pittori tedeschi di questa generazione non era, infatti, «solo il paesaggio antiquario, -come afferma Simonetta Tozzi- ma anche la campagna solitaria e impervia con i suoi alberi, animata a tratti da pastori con le greggi, e disseminata di rovine antiche che evocavano malinconicamente un grande passato», un tempo mitico e bucolico che era stato cantato da Virgilio e Orazio.
Lavorare nella natura era, inoltre, la grande novità di questi pittori e incisori che, abbandonati atelier e cavalletti, si dedicavano a «dipingere dal vero», in omaggio alla teoria di Rousseau della corrispondenza fra luoghi incontaminati e solitudine del cuore, come ben documentano l'acquarello «Vallata con paese sullo sfondo» o l'acquaforte «Veduta di Roma dall’Aventino» di Friedrich Wilhelm Gmelin, solo per fare due esempi.
L'estate romana offre agli amanti dell'arte antica un'altra mostra imperdibile: «1564-2014 Michelangelo. Incontrare un artista universale», allestita fino a domenica 14 settembre ai Musei capitolini, nelle sale di Palazzo Caffarelli e di Palazzo dei Conservatori, in occasione dei quattrocentocinquanta anni dalla morte del grande maestro toscano al quale si devono l'affresco del «Giudizio universale» nella Cappella Sistina e la statua del «David» a Firenze.
Centocinquantasei opere tra disegni, dipinti, sculture, modelli architettonici, lettere, rime e pagine autografe, selezionate da Cristina Acidini Luchinat con Sergio Risaliti ed Elena Capretti, ripercorrono la vita e l'opera dell'artista di Caprese, genio creativo a tutto tondo che si cimentò nella pittura, nella scultura, nell'architettura, nella progettazione civile e persino nella scrittura e nella poesia, offrendo un percorso non organico ed esaustivo -operazione non fattibile data l'oggettiva impossibilità di esporre capolavori «intrasportabili» come, per esempio, gli affreschi della Cappella Paolina-, ma ricco di suggestioni e di buon valore scientifico. Attraverso un gioco di specchi tra tematiche dicotomiche quali moderno e antico, vita e morte, tempo umano ed eternità, amore terreno e spirituale, la rassegna allinea, infatti, opere come la «Madonna della Scala», capolavoro di un Michelangelo quindicenne, il «Bruto tirannicida» del Bargello di Firenze, la «Caduta di Fetonte» delle Gallerie dell’Accademia di Venezia, il «Caracalla» dei Musei Vaticani, lo «Studio di testa di Sibilla Cumana» della Biblioteca reale di Torino, e una selezione dei preziosi disegni di Casa Buonarotti , tra i quali il bellissimo «Studio per la testa di Leda».
Roma accontenta anche gli amanti del teatro con la mostra «Signore e signori... Alberto Lionello», a cura di di Chiara Ricci e AG Book Publishing, che attraverso foto, locandine, ricordi, documenti originali e video ricostruisce, negli spazi di Villa Doria Pamphilj, quel meraviglioso, prezioso e complesso mosaico che sono state la vita e la carriera del grande attore milanese, nato nel 1930 e scomparso nel 1994, la cui attività si è divisa tra teatro, televisione, radio e cinema.
Rimangono insuperate le sue interpretazioni di Giacomo Puccini nell’omonimo sceneggiato televisivo, di Rodolfo Valentino in «Ciao Rudy», di Leone Gala ne «Il giuoco delle parti» e di Shylock in un’edizione memorabile de «Il mercante di Venezia», lavori che prendono forma lungo il percorso espositivo, dove si trova anche qualche piccola chicca come il frac confezionato dal padre sarto per uno dei debutti o lo spartito, il 33 giri e la «paglietta» utilizzata durante l’esecuzione del celebre motivetto «La La La» nell’edizione di «Canzonissima» del 1960.
Agli appassionati di arte contemporanea la capitale offre, invece, una retrospettiva su Andy Warhol con centocinquanta opere tra tele, disegni, serigrafie e foto, tutte provenienti dalla Brant Foundation, che, negli spazi di Palazzo Cipolla, rivisitano l'intera parabola creativa del padre della Pop art americana, a partire dagli anni Cinquanta con il debutto nella commercial art e l'attività di illustratore per riviste prestigiose come «Harperʼs Bazar» e il sofisticato «New Yorker». Tra i pezzi esposti, ordinati da Peter Brant con Francesco Bonami, ci sono una coloratissima e precoce «Liz» del 1963, una suadente «Marilyn» del 1962, un grande ritratto di «Mao» del 1972, e poi opere famose come le «Brillo Box», le «Campbell's Sup», i primi «Flowers», senza dimenticare un «Blue Shot Marilyn» del 1964, ovvero un dipinto della famosa attrice americana con in mezzo agli occhi il segno restaurato di uno dei colpi di pistola sparato in studio da un'amica del fotografo Billy Name, e un lavoro della serie «Last Supper» (1986), dedicato all'«Ultima cena» di Leonardo Da Vinci.
Spazio in mostra viene dato anche alle polaroid dell'artista che formano una sorta di gotha della New York anni '60: la fama era del resto un'ossessione di Andy Warhol e non a caso fu lui a coniare la famosa, e terribilmente profetica frase, sempre citata e spesso storpiata, «15 minuti di celebrità» a cui in futuro nessuno avrebbe rinunciato.
Altra mostra romana da non perdere per gli amanti del contemporaneo è quella che le Scuderie del Quirinale dedicano alla grande pittrice messicana Frida Kahlo. Centosessanta opere tra dipinti, disegni e collage, selezionati da Helga Prignitz Poda, ripercorrono la parabola creativa dell'artista, icona indiscussa del Novecento così libera e rivoluzionaria da essere considerata un'eroina proto-femminista e così ribelle e anticonformista da raccontare a tocchi di pennello, con un'originalità creativa disinteressata alle mode e agli stili in voga, il proprio dolore fisico e la propria passione politica e amorosa.
Tra i pezzi esposti, visibili fino al 31 agosto, si trovano indiscussi capolavori provenienti da collezioni di Europa, Stati Uniti e Messico, tra i quali il celeberrimo «Autoritratto con collana di spine e colibrì» del 1940 (per la prima volta in Italia) e «Diego nei miei pensieri» (1943), che restituiscono il fascino ammaliante di una pittrice capace di rappresentare lo spirito e la cultura del suo Paese e di intersecare il proprio inedito linguaggio figurativo con tutti i principali movimenti culturali internazionali che attraversarono l'America latina del tempo: dal Pauperismo rivoluzionario all'Estridentismo, dal Surrealismo a quello che decenni più tardi avrebbe preso il nome di Realismo magico.

Tina Modotti e Gianni Berengo Gardin: fotografia come denuncia sociale
Come per Frida Kahlo, anche per Tina Modotti furono alcuni passaggi della sua biografia romanzesca, come l'essere stata attrice di cinema muto con Rodolfo Valentino e l'aver amato il rivoluzionario cubano Julio Antonio Mella, a creare un alone di leggenda intorno alla sua figura.
Alla fotografa messicana, con natali friulani, è dedicata questa estate un'esaustiva monografica a Torino, negli spazi di Palazzo Madama, che in contemporanea ospita anche la bella mostra «Tesori del Portogallo. Architetture immaginarie dal Medioevo al Barocco», un avvincente percorso espositivo che -attraverso pregevoli dipinti, sculture, manoscritti miniati, oreficerie, disegni e trattati provenienti da musei, chiese e raccolte private portoghesi- documenta come pittori, scultori, orafi, ricamatori e scenografi abbiano guardato al vocabolario architettonico per creare oggetti di alto valore estetico e decorativo.
Dai primi scatti, influenzati dal compagno Edward Weston, alle ultime misconosciute foto scattate a Berlino, quando ormai la Modotti ammetteva l’impossibilità di continuare la propria carriera con strumenti tecnici troppo moderni, che non le consentivano un approccio metodico e posato nei confronti del soggetto ritratto, passando per immagini di impronta sociale come «Bambina che prende il latte» (Messico, 1926) o «Marcia di campesinos» (Messico, 1928), gli oltre cento lavori selezionati restituiscono un ritratto a tutto tondo di una delle donne più affascinanti del Novecento, attivista politica nel partito comunista e protagonista della rivoluzione messicana, ma anche della guerra civile spagnola, che, tra i primi, capì la potenza di denuncia di una fotografia.
Uno scatto può, infatti, far luce su una situazione che deve essere modificata per il bene nostro e delle generazioni future. Lo dimostra chiaramente una delle rassegne più interessanti dell'estate milanese: «Mostri a Venezia», promossa dal Fai (Fondo per l'ambiente italiano), con la Fondazione Forma e l'agenzia Contrasto, negli spazi di villa Necchi Campiglio, dove Gianni Berengo Gardin espone ventisette fotografie in bianco e nero, selezionate tra le oltre trecento realizzate tra il 2012 e il 2014 per denunciare il quotidiano passaggio di mastodontiche navi da crociera nel canale della Giudecca, una pratica che logora le delicate fondamenta della città e che aggredisce un equilibrio ambientale già molto fragile.

A Venezia e nel Veneto non c'è solo Biennale di architettura
Quelle esposte sono immagini fuori scala, tanto assurde da sembrare ritoccate con photoshop, eppure tragicamente vere, che mostrano come in nome del marketing si minacci il volto di una delle città d'arte più belle del mondo, uno dei luoghi da visitare anche in questi mesi estivi non solo per la quattordicesima edizione della Biennale di architettura e per la riapertura al pubblico di Palazzo Cini a San Vio, ma anche per le tante mostre promosse da istituzioni pubbliche e private, come quella di Hiroshi Sugimoto all'isola di San Giorgio o quella sulle porcellane di Marino Nani Mocenigo a Ca' Rezzonico.
Vale, dunque, la pena perdersi tra calli e campielli, abbandonare i flussi turistici, per imbattersi, per esempio, in una rassegna curiosa come «Art of sound» a Ca' Corner della Regina, curata da Germano Celant per Fondazione Prada.
Oltre duecento opere, realizzare tra il Seicento e i giorni nostri, affrontano le problematiche del rapporto tra arte e suono e degli aspetti iconici dello strumento musicale, nonché del ruolo dell’artista musicista e degli ambiti in cui arti visive e musica si sono incontrate e confuse.
Dalle chitarre e dai violini realizzati con materiali inusuali e preziosi da Michele Antonio Grandi e Giovanni Battista Cesarini, si dipana un percorso espositivo che affianca gli automi musicali creati nel Settecento dall’orologiaio svizzero Pierre Jaquet-Droz e i celebri «Intonarumori» (1913) del futurista Luigi Russolo con le sperimentazioni sonore di artisti degli anni Sessanta quali Nam June Paik, John Cage, Bruce Nauman, Robert Rauschenberg e Laurie Anderson, ma anche con lavori recenti di Anri Sala e Haroon Mirza.
Un appuntamento da non perdere, che coinvolgerà anche la città di Venezia con le Gallerie dell'Accademia, il Palazzo Ducale e un'altra quindicina di realtà lagunari, è il progetto «Il Veneto di Paolo Veronese»: cinque mostre e un itinerario turistico in trentadue luoghi della regione tra chiese, ville e palazzi storici che permetteranno ai turisti di conoscere la figura del grande maestro rinascimentale che si è distinto per la peculiarità delle sue tinte limpide, brillanti e giocose, per la trasparenza delle sue atmosfere e per la sontuosità delle sue scenografie dalla prospettiva perfetta.
La rassegna principale di questo vasto programma -che in autunno interesserà le città di Padova, Bassano del Grappa e Castelfranco Veneto- è già visibile ed è «Paolo Veronese. L’illusione della realtà», allestita fino al 5 ottobre al Palazzo della Gran Guardia di Verona, per la curatela di Paola Marini e Bernard Aikema.
La monografica, la più ampia dedicata in Italia all'artista dopo quella memorabile curata da Rodolfo Pallucchini a Venezia nel 1939, allinea un centinaio di opere, tra dipinti e disegni, provenienti dai più prestigiosi musei italiani ed internazionali, tra cui gli Uffizi di Firenze, il Prado di Madrid, la Pinacoteca di Brera a Milano, il Louvre di Parigi, la National Gallery di Londra, i Musei vaticani di Roma e il Kunsthistorisches Museum di Vienna.
Attraverso sei sezioni espositive viene ripercorsa l'intera parabola creativa del Veronese, dalla formazione ai suoi fondamentali rapporti con l’architettura e gli architetti del tempo (da Michele Sanmicheli a Jacopo Sansovino e Andrea Palladio), dai temi allegorici e mitologici alla religiosità. Tra i lavori in mostra ci sono «La cena in casa di Levi» dall’Accademia di Venezia, restaurata per l'occasione, i «Santi Vescovi» dall’Estense, il «Ritratto di uomo» dal Getty Museum di Los Angeles, il «Ratto d’Europa» dai Musei civici di Venezia e il «Miracolo della conversione di San Pantalon» del Patriarcato veneziano.
A Vincenza, negli spazi del Palladio Museum, va, invece, in scena la mostra «Quattro Veronese venuti da lontano. Le allegorie ritrovate», a cura di Giovanni Agosti, Guido Beltramini e Vittoria Romani, nella quale vengono presentate quattro opere dell'artista veneto appartenute probabilmente a un palazzo pubblico veneziano e disperse già in epoca antica. I dipinti, presubilmente realizzati intorno al 1553, facevano parte di un ciclo documentato da varie copie, tra cui le quattro oggi conservate al Musée des Beaux-Arts di Chartres. Nel 1974 due delle quattro tele originali, emerse nel frattempo sul mercato antiquario, furono acquistate dal Los Angeles County Museum of Art. Le due ancora mancanti all'appello (l'allegoria della Scultura e quella dell'Astronomia) sono state, invece, scoperte nei mesi scorsi in una villa del Lago Maggiore, a Verbania Pallanza, dalla giovane studentessa Cristina Moro, impegnata in una tesi di laurea sulla collezione di Villa San Remigio.

La «Deposizione dalla Croce» di Rosso Fiorentino, riflettori puntati a Volterra e Lecce
Altro appuntamento da non perdere per i globetrotter della cultura, oltre all'itinerario messo in cantiere tra Marche ed Abruzzo dal network «Arte in Centro», è l'omaggio a Michelangelo, nei quattrocentocinquanta anni dalla morte, promosso dalla Fondazione Casa Buonarroti di Firenze e dalla Galleria civica di Modena, che ordina nelle due sedi espositive i lavori di artisti del Novecento come Alberto Giacometti, Renato Guttuso, Vassily Kandinsky, Arturo Martini, Henry Matisse e Jan Fabre che hanno guardato alla lezione del maestro di Caprese.
In Toscana merita una visita anche la mostra diffusa «Rosso Fiorentino. Rosso Vivo. La Deposizione, la Storia, il '900, il Contemporaneo», allestita a Volterra per la curatela di Vittorio Sgarbi e la regia di Alberto Bartalini. Sei le sedi espositive coinvolte in questa iniziativa organizzata da Arthemisia Group, con la collaborazione del Comune e della Diocesi, che durerà fino alla fine del 2015: il Palazzo dei Priori, la Pinacoteca civica, il Museo etrusco Guarnacci, il Battistero di San Giovanni, il Teatro romano e l'Ecomuseo dell'alabastro.
Cuore del progetto è la famosa «Deposizione dalla Croce», capolavoro cinquecentesco del manierista Rosso Fiorentino per la chiesa di San Francesco, il cui innaturale verismo, giocato su colori freddi ma abbaglianti e su un disegno fluido ma angoloso, ha stimolato la fantasia di molti artisti. Ecco così che il visitatore, passeggiando tra le varie sedie espositive volterrane, potrà vedere dei disegni di Lorenzo Viani, un cavallo in bronzo di Marino Marini, uno splendido marmo di Adolfo Wildt con le forme algide della «Vergine», due sculture sul tema della Crocifissione di Igor Mitoraj, oltre a lavori di Giuliano Vangi, Osvaldo Licini, Domenico Gnoli, Gino De Dominicis e Ugo Nespolo. Insuperabile nel gioco dei parallelismi tra antico e moderno è, però, la tela «Donne alla scala» (1934) di Fausto Pirandello, nel cui impianto concettuale sono riproposte le scelte eccentriche e innovative di Rosso Fiorentino, definito da Vittorio Sgarbi il «padre dell'anticonformismo» pittorico.
Dalla Deposizione di Volterra rimase affascinato anche Pier Paolo Pasolini, che utilizzò l'opera come riferimento iconografico per i tableaux vivants del mediometraggio «La Ricotta» (1963), inserito all'interno del film ad episodi «Rogopag - Laviamoci il cervello». Lo racconta chiaramente la mostra-evento che Gianni Canova, Silvia Borsari e Paola Rampini curano al Castello Carlo V di Lecce, nell'ambito delle iniziative per la candidatura di Lecce Capitale europea della cultura 2019. Fotogrammi di film accostati alle riproduzioni delle opere pittoriche citate (dal «Cristo morto» del Mantegna al «Giudizio universale» di Giotto per la cappella degli Scrovegni), libri di poesia e di narrativa, video, documenti audio e una raffinata selezione di scatti del fotografo Roberto Villa che ha immortalato il backstage del film «Il fiore delle mille e una notte» compongono il percorso espositivo della rassegna pugliese, per la quale è stato scelto il titolo «L’universo di Pier Paolo Pasolini. Arte e bellezza da Giotto a Patti Smith».
Un carnet ricco di proposte, dunque, quello che offre il nostro Paese a chi alle spiagge assolate e al refrigerio delle passeggiate in montagne preferisce regalarsi qualche ora di serenità e di bellezza nella quiete di un museo. Anche quest'anno l'arte, infatti, non va in vacanza, nemmeno il giorno di ferragosto, quando il Ministero per i beni e le attività culturali aprirà, come consuetudine, ai visitatori il suo ricco patrimonio di musei, gallerie, monumenti, palazzi, ville, castelli, templi, parchi, giardini, aree e siti archeologici, necropoli e scavi.

Didascalie delle immagini
[Fig. 1] Charles-François (Franz) Knebel, «Tempio di Vesta e della Sibilla», 1848. Acquerello, Roma, Museo di Roma, GS, inv. MR 6349. Opera esposta nella mostra «Vedutisti tedeschi a Roma tra il XVIII e il XIX secolo»;   [Fig. 2] Charles-François (Franz) Knebel, «Tempio di Vesta», 1848. Acquerello,Roma, Museo di Roma, GS, inv. MR 6177. Opera esposta nella mostra «Vedutisti tedeschi a Roma tra il XVIII e il XIX secolo»;  [fig. 3] Franz Keiserman, Veduta del Foro romano, 1828. Acquerello, Roma, Museo di Roma,  GS, inv. MR 1201. Opera esposta nella mostra «Vedutisti tedeschi a Roma tra il XVIII e il XIX secolo»;  [Fig. 4] Michelangelo, «Madonna della scala», 1490 circa. Marmo; cm 56,7 x 40,1. Firenze, Casa Buonarroti, inv. 190. Opera esposta nella mostra «1564 -2014 Michelangelo. Incontrate un artista universale»; [fig. 5] Michelangelo, «Studi per la testa della Leda», 1530 circa. Pietra rossa, su carta; mm 355 x 269. Firenze, Casa Buonarroti, inv. 7 F. Opera esposta nella mostra «1564 -2014 Michelangelo. Incontrate un artista universale»; [fig. 6] Michelangelo, «Studio di nudo virile inginocchiato», 1541 circa. Pietra nera, su carta; mm 269 x 169 . Firenze, Casa Buonarroti, inv 54 F. Opera esposta nella mostra «1564 -2014 Michelangelo. Incontrate un artista universale»; [fig. 7] Andy Warhol, «Blue Shot Marilyn», 1964. Collezione Brant Foundation. © The Brant Foundation, Greenwich (CT), USA. © The Andy Warhol Foundation for the Visual Arts Inc. by Siae 2014. Opera esposta nella mostra su Andy Warhol al Palazzo Cipolla di Roma; [fig. 8] Andy Warhol, «Brillo Box», 1964. Collezione Brant Foundation. © The Brant Foundation, Greenwich (CT), USA. © The Andy Warhol Foundation for the Visual Arts Inc. by Siae 2014. Opera esposta nella mostra su Andy Warhol al Palazzo Cipolla di Roma; [fig. 9] Frida Kahlo, «Autoritratto con collana di spine e colibrì», 1940. Olio su lamina metallica, Harry Ransom Center, Austin. © Banco de México Diego Rivera & Frida Kahlo Museums Trust, México D.F., by SIAE 2014; [fig. 10] Tina Modotti, Uomini che aggiustano le reti, Messico, s.d.. © Archivio fotografico CinemaZero Images – Fondo Tina Modotti. Opera esposta nella mostra su Tina Modotti al Palazzo Madama di Torino; [fig. 11] «Cornet à bouquin basse en do», XVII secolo. Photo: Albert Giordan. Courtesy Cité de la musique, Parigi. Opera esposta nella mostra «Art of music», in corso a Venezia;  [fig. 12] Joe Jones, «Bird Cage, 1964. Photo: ©Museum Moderner Kunst Stiftung Ludwig Wien, former Hahn Collection, Cologne. Courtesy Museum Moderner Kunst Stiftung Ludwig Wien. Opera esposta nella mostra «Art of music», in corso a Venezia; [Fig. 13] Arman, «The Spirit of Yamaha», 1997. Courtesy The Arman Studio Archives, New York. Opera esposta nella mostra «Art of music», in corso a Venezia; [fig. 14] Paolo Veronese, «Allegorie d’amore: l’unione felice», The National Gallery, London. Wynn Ellis Bequest, 1876. Opera esposta nella mostra «Paolo Veronese. L’illusione della realtà»; [fig. 15] Paolo Veronese, «Allegoria della Scultura». Olio su tela, 205,4 x 114 cm. Regione Piemonte in affidamento alla Reggia di Venaria, inv. 40296. Opera esposta nella mostra  «Quattro Veronese venuti da lontano. Le allegorie ritrovate»; [fig. 16] Paolo Veronese, «Cena in casa di Levi». Olio su tela, 555 × 1280 cm. Gallerie dell’Accademia, Venezia; in deposito presso il Comune di Verona. Opera esposta nella mostra «Paolo Veronese. L’illusione della realtà»; [fig. 17] Giambattista di Jacopo detto il Rosso Fiorentino, Deposizione dalla Croce, 1521. Olio su tavola centinata, cm 341 x 201. Opera della Cattedrale di Volterra, esposta nella mostra «Rosso Fiorentino. Rosso Vivo. La Deposizione, la Storia, il '900, il Contemporaneo»; ]fig. 18] Fausto Pirandello, «Donne sulla scala», 1934.Olio su tavola, cm 190 x 152. Opera esposta nella mostra «Rosso Fiorentino. Rosso Vivo. La Deposizione, la Storia, il '900, il Contemporaneo»; [fig. 19] Pier Paolo Pasolini, «Deposizione dalla croce» - Frame da «Ro.Go.Pa.G. (La Ricotta)», 1963. Opera esposta nella mostra «L’universo di Pier Paolo Pasolini. Arte e bellezza da Giotto a Patti Smith», a Lecce.

Informazioni utili 
* «Luoghi comuni. Vedutisti tedeschi a Roma tra il XVIII e il XIX secolo». Museo di Roma Palazzo Braschi, piazza Navona, 2 o piazza San Pantaleo 10 – Roma. Orari: martedì-domenica, ore 10.00-20.00 (la biglietteria chiude un'ora prima); chiuso il lunedì. Ingresso: intero € 10,00, ridotto € 8.00. Catalogo: disponibile in mostra. Informazioni: el. 060608 (tutti i giorni, ore 9.00 – 21.00). Sito web: www.museodiroma.it. Fino al 28 settembre 2014.
* «1564 - 2014 Michelangelo,  Incontrare un artista universale». Musei capitolini - Palazzo Caffarelli e Palazzo dei Conservatori (Sala Orazi e Curiazi), piazza del Campidoglio – Roma. Orari: martedì-domenica, ore 9.00-ore 20.00 (l’ingresso è consentito fino un’ora prima l’orario di chiusura); chiuso il lunedì. Ingresso: integrato mostra + museo - intero € 13; integrato mostra + museo – ridotto € 11,00; per gli aventi diritto all’omaggio, tranne per i bambini fino ai 6 anni e per i portatori di handicap, € 2,00. Catalogo: Giunti editore, Firenze. Informazioni: call center 060608 (tutti i giorni dalle 9.00 alle 21.00). Sito internet: www.museicapitolini.org; www.museiincomuneroma.it.  Fino al 14 settembre 2014.  
* «Signore & signori... Alberto Lionello». Casa dei teatri a Villa Doria Pamphilj-Villino Corsini, Arco dei Quattro Venti(ingresso ) – Roma.  Orari: martedì-domenica, ore 10.00-19.00; dal 1° ottobre, ore 10.00-17.00; la mostra sarà chiuso dal 4 al 25 agosto 2014. Ingresso libero.  Informazioni: 060608  o tel. 06.45460693. Sito internet: www.casadeiteatri.culturaroma.it. Fino al 5 ottobre 2014. 
* Warhol. Fondazione Roma Museo – Palazzo Cipolla, via del Corso, 320 - Roma. Orari: lunedì, ore 14.00-18.00; martedì-domenica, ore 10.00-20.00; apertura straordinaria il 15 agosto. Ingresso: intero € 14,00, ridotto e 14,00, ridotto gruppi € 10,00, ridotto scuole € 5,00 o € 3,00, ridotto speciale (giornalisti e guide con tesserino) € 9,00, ingresso gratuito per gli aventi diritto per legge. Catalogo: 24 Ore Cultura - Gruppo 24 Ore. Informazioni e prenotazioni: tel. 06.98373328. Sito internet: www.warholroma.it. Fino al 28 settembre 2014. 
* Frida Kahlo. Scuderie del Quirinale, via XXIV Maggio 16 - Roma. Orari: domenica-giovedì, ore 16.00-23.00; venerdì-sabato, ore 16.00-24.00 (l'ingresso è consentito fino a un'ora prima dell'orario di chiusura). Ingresso: intero € 12,00, ridotto € 9.50, ridotto giornalisti € 7,00. Catalogo: Electa Mondadori, Milano. Informazioni: tel. 06.39967500. Sito internet: www.scuderiequirinale.it. Fino al 31 agosto 2014. 
* Tina Modotti. Corte medievale di Palazzo Madama, piazza Castello – Torino. Orari: martedì-sabato, ore 10.00-18.00 (ultimo ingresso alle ore 17.00); domenica, ore 10.00-19.00 (ultimo ingresso alle ore 18.00); chiuso il lunedì. Ingresso (con audioguida): intero € 8,00, ridotto € 5,00. Catalogo: Silvana editoriale, Cinisello Balsamo (Milano). Informazioni: tel. 011.4429523. Sito internet: www.palazzomadamatorino.it. Fino al 5 ottobre 2014. 
* «Mostri a Venezia». Villa Necchi Campiglio, via Mozart, 14 - Milano. Orari: mercoledì-domenica, ore 10.00-18.00; chiuso il lunedì e il martedì. Ingresso (con visita alla villa): adulti € 9,00; bambini (4-14 anni) € 4,00; studenti universitari fino ai 26 anni € 5,00; iscritti FAI gratuito. tel. 02.76340121, fax 02.76395526, fainecchi@fondoambiente.it. Fino al 28 settembre 2014.
* «Art of sound». Ca' Corner della Regina, Calle de Ca’ Corner/Santa Croce 2215 - Venezia. Orari: mercoledì-lunedì, ore 10.00-18.00; chiuso il martedì. Ingresso: intero € 10,00, ridotto € 8,00. Informazioni: tel. 041.8109161 o tel. 02.54670515, info@fondazioneprada.org. Sito internet: www.fondazioneprada.org. Fino al 3 novembre 2014. 
* «Paolo Veronese. L’illusione della realtà». Palazzo della Gran Guardia, piazza Bra - Verona. Orari: lunedì-giovedì, sabato e domenica, ore 10.00-21.00; venerdì, ore 10.00-22.00. Ingresso: intero € 12,00, ridotto € 9,00 (gruppi superiori alle 15 unità, minori di 18 e maggiori di 65 anni, possessori del biglietto di ingresso al Museo di Castelvecchio, possessori della Verona Card, possessori di carta Icom) o € 6,00 (minorenni 7 – 17 anni, scuole, accompagnatori di disabili); gratuito per bambini fino ai 6 anni, dipendenti Mibact, giornalisti tesserati e guide turistiche con patentino. Catalogo: Electa, Milano. Informazioni: call center: 848 002 008. Sito web: www.mostraveronese.it. Fino al 5 ottobre 2014. 
* «Quattro Veronese venuti da lontano. Le allegorie ritrovate». Palladio Museum, Contra' Porti, 11 - Vicenza. Orari: martedì-domenica, ore 10.00-18.00 (ultimo ingresso ore 17.30). Ingresso: intero € 6,00, ridotto € 4,00. Catalogo: Officina libraria. Informazioni: tel. 0444.323014 o accoglienza@palladiomuseum.org. Sito internet: www.palladiomuseum.org. Fino al 5 ottobre 2014. 
* «Michelangelo e il Novecento». Casa Buonarroti, via Ghibellina, 70 - Firenze. Orari: 10.00-17.00; chiuso il martedì. Ingresso: intero € 6,50, ridotto € 4,50 (gruppi e scuole secondarie di secondo grado) o € 3,00 (scuole primarie e secondarie di primo grado). Catalogo: Silvana editoriale, Cinisello Balsamo (Milano). Informazioni: tel 055.241752 o fond@casabuonarroti.it. Sito internet: www.casabuonarroti.it. Fino al 20 ottobre 2014. 
*«Michelangelo e il Novecento». Galleria civica di Modena, corso Canalgrande 103 - Modena. Orari: fino all'11 settembre; giovedì-domenica, ore 19.00-23.00; dal 17 settembre al 19 ottobre, mercoledì-venerdì, ore 10.00-13.00 e ore 16.00-19.30; sabato e domenica, ore 10.00-19.30. Catalogo: Silvana editoriale, Cinisello Balsamo. Informazioni: tel. 059.2032911/2032940. Sito internet: www.galleriacivicadimodena.it. Fino al 19 ottobre 2014. 
* «Rosso Fiorentino. Rosso Vivo. La Deposizione, la Storia, il '900, il Contemporaneo». Volterra - sedi varie (Pinacoteca civica ed Ecomuseo dell'alabastro, via  dei Sarti; Museo etrusco Guarnacci,via Don Minzoni, 15; Battistero di San Giovanni, piazza San Giovanni, 2; Palazzo dei Piori, piazza dei Priori, 1). Orari: Pinacoteca civica, ore 9.00-19.00; Ecomuseo dell'alabastro, 9.30-19.00; Battistero di San Giovanni, 10.00-18.00; Palazzo dei Priori, ore 10.30-17.30; Museo etrusco Guarnacci, ore 9.00-19.00; Teatro romano, ore 10.30-17.30 (le biglietterie chiudono un'ora prima). Ingresso: intero € 14,00, ridotto € 12,00, gruppi € 10,00, scuole € 5,00, famiglia (2 adulti + 2 bambini) € 20,00. Informazioni: tel. 0588.028021. Sito internet: www.rossofiorentinovolterra.it. Fino al 31 dicembre 2015. 
* «L’universo di Pier Paolo Pasolini. Arte e bellezza da Giotto a Patti Smith». Castello Carlo V, viale XXV luglio – Lecce. Orari: fino al 30 settembre, ore 9.00-21.00; dal 1° ottobre, ore 9.00-13.00 e ore 16.30-20.30. Ingresso: intero € 7,00, ridotto € 5,00, scuole € 3; famiglia (2 adulti, con bambini) € 15,00. Informazioni: tel. 0832.246517. Fino al 2 novembre 2014. 

giovedì 7 agosto 2014

«Arte al centro», un viaggio nella cultura contemporanea tra i borghi e le città di Marche e Abruzzo

Nove mostre, venti eventi collaterali tra spettacoli e concerti, cento artisti internazionali, tredici curatori, più di dieci sedi espositive, due regioni, tre provincie, sette comuni, sei enti culturali e ottantasette giorni consecutivi di appuntamenti: sono questi i numeri di «Arte al centro – cultura contemporanea nei borghi e nelle città», in programma fino al prossimo 28 settembre nei territori di Abruzzo e Marche, in un contesto geografico che spazia dai Monti Sibillini alle cime del Gran Sasso fino alle spiagge dell'Adriatico.
Promosso, tra gli altri, dalle fondazioni «Malvina Menegaz» e «Fortezza Abruzzo», dall'associazione culturale «Naca Arte» e dai Musei civici di Loreto Aprutino, il nuovo network d'arte contemporanea, un vero e proprio must per gli art addicted alla ricerca di una meta tutta italiana per le vacanze estive, «risponde all’esigenza -spiegano gli organizzatori- di unire forze e idee per dare vita a un sistema culturale integrato, in un territorio ricco di specificità paesaggistiche, ambientali, urbane, ma anche eno-gastronomiche, che ha individuato nella propria unione un motore di innovazione e allo stesso tempo di valorizzazione delle singole identità».
Ascoli Piceno, Teramo, Civitella del Tronto, Atri, Castelbasso, Loreto Aprutino e Pescara sono i punti di riferimento geografici di un percorso espositivo lungo cento chilometri, un museo diffuso che per tre mesi offrirà un cartellone variegato di eventi tra concerti, spettacoli di teatro e danza, workshop, seminari e, soprattutto, mostre d'arte di vario genere, che spazieranno dalla fotografia alla pittura, dall’installazione alla scultura e alla performance.
Il viaggio dei globetrotter dell'arte può partire dalla mostra «Amalassunta Collaudi. Dieci artisti e Licini», concepita e curata da Christian Caliandro per la Galleria d’arte contemporanea «Osvaldo Licini» di Ascoli Piceno. Il progetto espositivo, visibile al pubblico fino al prossimo 28 settembre, è orientato a mettere in dialogo la figura dell'artista marchigiano, nel cui museo sono conservate oltre settanta opere tra dipinti e disegni, con i lavori di dieci artisti italiani e internazionali, giovani o mid-career, quali Paola Angelini, Michael Bevilacqua, Carl D’Alvia, Patte Loper, Christian Schwarzwald, Marco Strappato, Cristiano Tassinari, Giuseppe Teofilo, Eugenio Tibaldi e Gian Maria Tosatti.
Il turista potrà, poi, proseguire il proprio viaggio verso Civitella del Tronto, uno dei più bei borghi italiani con il suo straordinario panorama che abbraccia insieme il Gran Sasso e il mar Adriatico. In questa cittadina, le cui origini risalgono all'XI secolo, «Arte in centro» prevede un cartellone di «Incontri sotto le stelle» con artisti, curatori, critici, letterati, musicisti e giornalisti, oltre a una serie di iniziative culinarie soprannominate «Show finger & food», che ogni venerdì vedranno esibirsi alcuni tra i migliori chef della provincia di Teramo.
Ad arricchire l'offerta turistica di Civitella del Tronto, dove è in programma anche l'esibizione del «Beppe Servillo Trio» (5 agosto, ore 22), saranno, poi, due mostre. Per tutta estate alla Fortezza borbonica rimarrà, infatti, allestita la rassegna «Interferences», a cura di Umberto Palestini, nella quale Gianluigi Colin, art director del «Corriere della Sera», presenta un progetto site-specific sviluppato attraverso l'interazione tra diversi linguaggi, quali la fotografia, l'installazione, il video e i multimedia. Le opere esposte intendono, nello specifico, descrivere il caos che si respira nel mondo della comunicazione, continuamente bombardato da immagini provenienti, in tempo reale, da tutto il mondo.
Alla Fortezza borbonica sarà, invece, visibile la  collettiva «Visione territoriale», a cura di Giacinto Di Pietrantonio, che rivisita una delle più antiche tradizioni del territorio abruzzese, quella della ceramica di Castelli, attraverso i lavori di un gruppo di artisti contemporanei quali Gabriele Di Matteo, Anna Galtarossa, Daniel Gonzàlez, Mark Kostabi, Ugo La Pietra, Alfredo Pirri, Luca Rossi, Matteo Rubbi, Giuseppe Stampone e Vedovamazzei.
Teramo punta, invece, su Enzo Cucchi, esponente di spicco della Transavanguardia, per conquistare l'interesse dei turisti. La sua esposizione, allestita al laboratorio L'Arca, presenta un progetto inedito, concepito appositamente per gli spazi teramani e costruito su linguaggi plurimi che delineano un iter narrativo-espositivo di grande suggestione e di estrema novità. Trionfi di teschi dalle superfici lucide e colorate, forme bronzee sospese nell'aria e panorami stropicciati che accolgono volti e collane all'interno di nicchie cavernicole abitano lo spazio museale e si fanno portavoce di una una poetica in cui l’opera d’arte vive, stando a quando afferma Achille Bonito Oliva, «senza gerarchie di presente e di passato».
Nel vicino borgo di Castelbasso, a Palazzo De Sanctis, Laura Cherubini ed Eugenio Viola firmano, invece, la mostra «C'era una volta a Roma – Gli anni Sessanta», con una selezione di opere, tra le più rappresentative, degli artisti protagonisti di quell'irripetibile temperie culturale passata alla storia come la Scuola di piazza del Popolo, espressione artistica di un decennio per certi versi considerato oggi mitico, segnato dalla Dolce vita, dal boom economico e da una teoria e una pratica destinate a esercitare una duratura influenza sul presente dell’arte. Dopo aver azzerato tutto attraverso il monocromo, un gruppo di giovani, tra i quali Mario Ceroli, Tano Festa, Giosetta Fioroni, Fabio Mauri e Pino Pascali, diede vita, in quegli anni, a una cultura dell'immagine che intrecciava icone del consumo di massa con citazioni dai movimenti italiani protagonisti del primo Novecento europeo, su tutti il Futurismo e la Metafisica.
A Palazzo Clemente si tiene, invece, la mostra «Paesaggi dell'anima», che raccoglie una selezione di opere realizzate dall'abruzzese Alberto Di Fabio tra gli anni Novanta e oggi. I lavori esposti si ispirano a paesaggi montani e sono ottenuti con sgocciolature di colore che assumono le sembianze di neuroni e sinapsi, disegnati attraverso forme astratte emergenti da velature cromatiche e sottili equilibri geometrici, resi su tela o carta di riso con brillanti e puri acrilici.
Sempre nell'ambito del network «Arte in centro», Castelbasso propone il progetto gastronomico «Abruzzo is good», a cura di Roberto De Viti, con due cooking show che vedranno all'opera Gabriella ed Enzo Barnabei, titolari dell’«Osteria degli ulivi» di Montorio al Vomano (domenica 10 agosto, ore 20.30), e Gabriele Marrangoni, chef e patron di «Borgo Spoltino» di Mosciano Sant’Angelo (domenica 17 agosto, ore 20.30); ricco di proposte si rivela anche il cartellone di eventi all'aperto, che vedrà tra gli ospiti Francesco Piccolo, vincitore dell'ultima edizione del Premio Strega.
Il viaggio del turista curioso può, quindi, proseguire alla volta di Atri, dove nei suggestivi ambienti della cripta del Museo capitolare della cattedrale è allestita la mostra «Still of peace», con opere di artisti contemporanei italiani e pakistani che attraverso i linguaggi della fotografia, della video-arte e dell’installazione, si confrontano su temi relazionali, sociali ed esistenziali profondi. L'esposizione -a cura di Antonio Zimarino, Franco Speroni, Lavinia Filippi e Raffaella Cascella- è arricchita da laboratori didattici, incontri ed eventi, come il concerto del cantautore sardo Piero Marras proposto nell’ambito del festival «Etnorock» dedicato al confronto fra le culture e alle musiche migranti (martedì 5 agosto, ore 21.30).
Anche Loreto Aprutino accende i riflettori sulla fotografia. La cittadina dell'entroterra pescarese ospita, infatti, per tutta l'estate la seconda edizione del festival «Loretoview», al quale fanno da scenario numerosi spazi cittadini, dal Castello Chiola ad alcune dimore signorili, passando per il museo Acerbo e il Museo dell’olio, senza dimenticare i ristoranti locali che proporranno menù a tema nell'ambito dell'iniziativa «SaperiSapori».
Cinque le sezioni ideate dai curatori Vincenzo de Pompeis, Gaetano Carboni e Giorgio D’Orazio. In «Guest» frammento espositivo ospitato nell’ex convento di San Giuseppe e nel castelletto Baldini Palladini Amorotti, è possibile vedere da un lato i paesaggi afghani di Franco Pagetti, immagini evocative di scenari da cronaca estera mitigati dall’ingombrante bellezza della natura, dall'altro i ritratti onirici della fotografa svizzera Irene Kung, con architetture di Parigi, Roma e New York. In «Storica», allestita nel seicentesco palazzo Guanciali, sono, invece, esposte tre antologie di immagini realizzate da altrettanti personaggi della cultura italiana novecentesca: il celebre scrittore Giorgio Manganelli, il grande architetto Giovanni Michelucci e il noto graphic designer Heinz Waibl. Mentre «Site specific» focalizza l'attenzione sulle fotografie naturalistiche di Bruno D’Amicis, straordinario fotografo, vincitore del primo posto assoluto nella categoria «Nature» del prestigioso World Press Photo 2014 e di quattro menzioni all’European photographer of the year, nonché collaboratore di testate come «National Geographic Magazine World Edition», «Geo» e «Bbc Wildlife». Nella sezione «Young», ospitata negli spazi dell’imponente castello Chiola, sono, invece, presentati i lavori di dodici fotografi (Marco Antonecchia, Sabrina Caramanico, Francesca De Rubeis, Patricia Dinu, Pierluigi Fabrizio, Alessandra Giansante, Enrico Libutti, Francesca Loprieno, Miss TumiStufi, Ciro Meggiolaro, Giuliano Mozzillo e Roberto Zazzara), ciascuno con il proprio dittico, che compongono un caleidoscopio unico sul tema del paesaggio, tra visioni e ispirazioni differenti, quasi a fermare una sintesi della realtà tra impulso individuale e anelito universale.Chiude la proposta espositiva del   festival la sezione «Unconventional», con un'installazione di forte impatto cromatico firmata dal fotografo bolognese Andrea Basili.
Il viaggio di «Arte in centro» può terminare a Pescara, dove la Fondazione Aria ha allestito, a palazzetto Albanese, la mostra «Vita Activa. Figure del lavoro nell’arte contemporanea», a cura di Simone Ciglia, alla quale saranno affiancati laboratori didattici e conversazioni con artisti. Si tratta di una riflessione sul tema del lavoro, che abbraccia l’intero arco delle arti visive, dalla pittura alla scultura, dalla fotografia al video, dall’installazione al design, e che coinvolge vari protagonisti della scena creativa italiana e internazionale, tra i quali Joseph Beuys, Armin Linke, Bruno Munari e Santiago Sierra.
Spunto per questo percorso artistico è una riflessione di Hannah Arendt nel libro «The Human Condition» (1958), nel quale si tratta di due accezioni del lavoro: quella legata allo sviluppo biologico dell’essere umano -icasticamente riassunta nell’espressione animal laborans- e quella propria dell’homo faber, creatore del mondo artificiale dei manufatti. Un cartellone, dunque, ricco di colori quello proposto per questa estate dalle principali realtà espositive di arte contemporanea attive nelle Marche e in Abruzzo, con l'interno di «caratterizzare il territorio dell'Italia centrale -spiegano gli organizzatori- come un unico polo culturale internazionale. Per un’Arte che sia finalmente al Centro».(sam)

Didascalie delle immagini
[Fig. 1] Sachin Bibi, «Bamboret, Kalash», 2013 . Photo: Mobeen Ansari [fig. 2] Osvaldo Licini, «Amalassunta su fondo blu», 1955, Olio su tela, cm 73 x 91,5. Galleria Civica d’Arte Contemporanea Osvaldo Licini, Ascoli Piceno; [Fig. 3] Enzo Cucchi, «Senza titolo», 2013. Olio e acrilico su tela, cm 200x300. Courtesy dell'artista; [fig. 4] Enzo Cucchi, «Senza titolo», 2014. Ceramica, cm 53x35. Courtesy dell'artista; [fig. 5] Emanuela Barbi, «Acquaia», 2014. Un progetto per Atri, installazione; [fig. 6] Aroosa Naz, «Crossing Over Series # 2 (Super Man)», 2012-2013. Stampa duratrans su lightbox, 1/5, (68 x 46 cm); [fig. 7] Armin Linke, «Carlo Scarpa, Negozio Olivetti - Piazza San Marco Venezia», 2013. Stampa fotografica su alluminio con cornice in legno, cm. 50X60; [fig. 8] Alberto Di Fabio, «Sinapsi in oro», 2007. Acrilico su tela, 107x97cm. Courtesy dell’artista; [fig. 9] Alberto Di Fabio, Senza Titolo, 2013. Acrilico e lacche su tela, cm  100X100; [Fig. 10] Cesare Tacchi, «Sul divano a fiori», 1965. Inchiostro e smalto su stoffa imbottita su legno, 159 x 200x7 cm; [fig. 11] Mimmo Rotella, «La Strada II». Collage di carte su tela, 136,5 x 96,8 x 2,7cm

Informazioni utili
«Arte in centro – Cultura contemporanea nei borghi e nelle città». Sedi varie - Ascoli Piceno, Atri, Castelbasso, Civitella del Tronto, Loreto Aprutino, Pescara e Teramo (Marche ed Abruzzo).
Calendario delle mostre:
- «LoretoView- Festival di fotografia del paesaggio». Orari: martedì – domenica, ore 18.00 – 23.00. Ingresso (valido per tutte le mostre + il museo Acerbo di antiche ceramiche e il Museo dell'olio): intero € 7,00, ridotto € 5,00. Fino al 7 settembre 2014;
- «Visioni. Enzo Cucchi». L’ARCA-Laboratorio per le arti contemporanee, largo San Matteo – Teramo. Orari: martedì – domenica, ore 17.00 – 20.00. Ingresso libero. Fino al 31 agosto 2014; - «Visioni. Gianluigi Colin». Fortezza e museo delle armi - Civitella del Tronto. Orari: luglio e agosto, ore 10.00–20.00; settembre, ore 10.00–19.00. Fino al 28 settembre 2014; - Visione territoriale. Fortezza e museo delle armi - Civitella del Tronto. Orari: luglio e agosto, ore 10.00–20.00; settembre, ore 10.00–19.00. Ingresso: intero € 6,00, ridotto (over 65 e universitari) € 4,00, ridotto (ragazzi 6 -17) € 1,00. Fino al 28 settembre 2014; - «Amallasunta collaudi. Dieci artisti e Licini». Galleria d’arte contemporanea Osvaldo Licini - Ascoli Piceno. Orari: martedì-domenica, ore 10.00-19.00. Ingresso: intero € 8,00, ridotto € 5,00. Fino al 28 settembre 2014;
- «Stills of peace and Everyday life - Italia e Pakistan: una ricerca del senso del contemporaneo». Museo capitolare - Cripta della Cattedrale, Atri. Orari: tutti i giorni, ore 10.00–12.00; ore 15.30–19.00 e ore 20.30–22.30. Ingresso: intero € 5,00, ridotto € 4,00 (la sera, dalle ore 20.30 alle ore 22.30, l'ingresso costa un euro in meno). Fino al 10 settembre 2014;
- «Vita activa - Figure del lavoro nell’arte contemporanea». Palazzetto Albanese - Pescara . Orari: martedì–domenica, ore 17.00–22.00. Ingresso: intero € 5,00, ridotto € 4,00. Fino al 12 settembre 2014;
- «C’era una volta a Roma - Gli anni Sessanta intorno a piazza del Popolo». Palazzo De Sanctis – Castelbasso. Orari: martedì – domenica, ore 19.00 – 24.00 . Ingresso: singola mostra € 6,00, due mostre (comprensivo dell'ingresso alla personale di Alberto Di Fabio) € 10,00; ridotto e 4,00, gratuito per bambini fino ai 6 anni. Fino al 31 agosto 2014;
- «Alberto Di Fabio. Paesaggi della mente». Palazzo Clemente – Castelbasso. Ingresso: singola mostra € 6,00, due mostre (comprensivo dell'ingresso alla rassegna C'era una volta a Roma) € 10,00; ridotto e 4,00, gratuito per bambini fino ai 6 anni. Fino al 31 agosto 2014.
Informazioni: tel. 0861.508000, fax 0861.507649 , e-mail info@arteincentro.com. Sito web: www.arteincentro.com. Social media: Facebook, facebook.com/arteincentro1; Twitter, @arteincentro; Instagram, arteincentro; Google+, ARTE in CENTRO; Pinterest, arteincentro; Youtube, ARTE in CENTRO; Flickr, arte_incentro. Sito web: www.arteincentro.com. Social media: Facebook, facebook.com/arteincentro1; Twitter, @arteincentro; Instagram, arteincentro; Pinterest, arteincentro; Youtube, Arte in Centro; Flickr, arte_incentro. Fino al 28 settembre 2014.

martedì 5 agosto 2014

«Re Lear»: lotta per il potere e conflitto generazionale in William Shakespeare

La bramosia del potere, il conflitto fra generazioni, l’opportunismo adulatorio celato da amore, i tormenti della gelosia e della lussuria, l’incapacità di leggere l’alfabeto del cuore e di comprendere i silenzi, la precarietà della vita, l’inettitudine dell’uomo a discernere gli inganni del mondo, la discrepanza tra realtà e apparenza: sono molti, e attuali, i temi che tessono la trama di «Re Lear», tragedia in versi e prosa scritta da William Shakespeare intorno al 1605 e rappresentata per la prima volta il 26 dicembre 1606 nel palazzo di Whitehall, alla presenza di re Guglielmo I.
La storia che fornisce l’intreccio principale affonda le radici nell’antica mitologia britannica, in un racconto leggendario risalente all’VIII secolo a.C., ovvero al periodo antecedente alla fondazione di Roma, narrato nel XII secolo da Geoffrey of Monmouth nella sua «Historia anglicana» e, in seguito, trattato da Raphael Holinshed nel libro «The Second Booke of the Historie of England» (1577), da Edmund Spencer nel secondo volume del poema cavalleresco «The Faerie Queene» (1596) e nella raccolta di narrazioni «The Mirror for Magistrates» (1559), una vera e propria miniera di soggetti per i tragediografi elisabettiani.
William Shakespeare attinse a queste fonti e al coevo dramma anonimo «The True Chronicle Historie of King Lear» (1605), che si chiudeva però con il lieto fine, per organizzare la trama della sua tragedia, una vicenda ricca di situazioni e di sentimenti riconducibili alla contemporaneità tanto è vero che, negli anni Sessanta, il polacco Jan Kott ha azzardato un parallelismo con Samuel Beckett e il suo Teatro dell’assurdo.
A scatenare il dramma è la decisione del sovrano britannico di abdicare in favore delle tre figlie sulla base di un love test, ovvero di una gara d’amore verbale. Con calcolo macchiavellico e malcelata ipocrisia, le sorelle Regan e Gonerill ricorrono alla finzione retorica richiesta dal padre per ottenere il potere; Cordelia, personaggio sentimentale più che politico (come ebbe a dire Giorgio Strehler), non si sottomette a questo rito, si sente incapace di esprimere a parole il proprio profondo sentimento filiale e, temendo di immiserire e rendere volgare ciò che prova, si limita a dire: «O mio sfortuna: non riesco a sollevare il peso del mio amore fino alle labbra; amo vostra Maestà secondo il nostro vincolo, né più né meno».
Irritato, il re non riconosce l’affetto senza riserva della giovane figlia, la «migliore» e la «più cara», e la ripudia, revocando la dote già promessa e permettendole di lasciare per sempre l’Inghilterra a fianco del re di Francia, che l’ha chiesta in sposa. È l’inizio di un dramma a tinte fosche, nel quale dominano violenza, tradimento e morte. Re Lear ha, infatti, ben presto modo di scoprire l’ingratitudine e la meschinità di Regan e Gonerill, che lo privano di ogni traccia di antico potere fino a lasciarlo, alla fine del secondo atto, solo, all’addiaccio, senza miglior rifugio di una capanna contadina e in balia della tempesta. Rendendosi conto di essere stato vittima di un errore di valutazione nei confronti di Cordelia, il sovrano impazzisce per il dolore e trova solo nella «pazienza» e nella «pena» della figlia minore, ritornata in Inghilterra con l’esercito francese per riportare l’ordine nel suo Paese natale, il balsamo per curare le ferite del suo cuore e il senso di vuoto che si è impadronito della sua anima. Ma il destino avverso avrà la meglio.
Alla vicenda principale (main plot) si intreccia, come era pratica corrente per molti drammaturghi dell’epoca, una trama secondaria (sub-plot), che incide fortemente sulla prima e che contribuisce a far risaltare i vari momenti della narrazione. La storia di re Lear si riflette, infatti, specularmente in quella del conte di Gloucester e dei suoi due discendenti, il diabolico Edmund e il virtuoso Edgar, che William Shakespeare trasse dal romanzo «Arcadia» di Philip Sidney (1590) e che fece propria raccontando la vicenda di un vecchio cieco tradito dal figlio illegittimo, disposto a tutto pur di impadronirsi del casato, e salvato da quello buono, vittima di una menzogna ed eroe positivo della tragedia, la cui dirittura morale si esplica nella battuta conclusiva, monito alla coscienza dell’uomo di ieri e di oggi: «Noi dobbiamo accettare il peso di questo triste tempo. Dire ciò che sentiamo e non ciò che conviene dire».
Poche sono le rappresentazioni che «Re Lear» può contare nella storia dello spettacolo, tanto è vero che Jan Kott, nel suo illuminante saggio «Shakespeare nostro contemporaneo» (1961), ha scritto che la tragedia del Bardo fa l’effetto di «un’immensa montagna che tutti ammiriamo, ma che nessuno ha voglia di scalare troppo spesso». A ciò ha senz’altro contribuito il giudizio romantico e post-romantico sull’«irrappresentabilità» dell’opera, espresso da Charles Lamb, Henry James e molti altri. In realtà, -stando a quanto afferma Agostino Lombardo nell’introduzione all’edizione Garzanti del 2002- «Re Lear» può dirsi «l’opera più teatrale di William Shakespeare, e ciò nel senso che in essa il linguaggio del drammaturgo raggiunge la sua più alta, e specifica, intensità ed espressività». La parola è, infatti, qui fortemente legata all’azione scenica, come ben comprese Giorgio Strehler nel suo allestimento del 1972, quando definì il testo del Bardo una tragedia che si «inteatra».
Il linguaggio è, dunque, in questo lavoro l’oggetto stesso della rappresentazione. Si pensi alla figura del Fool -personaggio non presente nelle fonti, ma tutt’altro che raro nel teatro del tempo- che è parola personificata, metafora incarnata della follia di re Lear, coscienza del proprio errore di giudizio e addirittura alter ego di un altro personaggio. Non a caso Giorgio Melchiori, nell’introduzione del 1976 all’edizione pubblicata nella collana «I Meridiani» di Mondadori, scrive: «il Fool è la dimostrazione della straordinaria maturità di Shakespeare come uomo di teatro: in una vicenda che comporta necessariamente l’assenza della figura femminile per tutta la parte centrale del dramma […], il Fool compensa e sostituisce l’assenza dell’eroina […]. Sulla scena del Globe Theatre (il teatro di Londra, dove recitò la compagnia del noto drammaturgo elisabettiano, ndr) lo stesso ragazzo poteva assumere i due ruoli […] e l’identificazione fra i due si manifesta nelle parole di Lear stesso quando alla fine rientra in scena portando in braccio il corpo del ragazzo-Cordelia, giovane corpo asessuato dalla morte».
Con questa tragedia il teatro è, dunque, non solo cronaca del tempo o specchio della natura, ma strumento per capire e conoscere l’individuo, microcosmo di inaudita complessità, le cui azioni si intrecciano con le forze del bene e del male presenti nella realtà. Ecco così che in  «Re Lear» trova un senso ancora più intenso e ricco un’espressione nota del Bardo: «Tutto il mondo è un palcoscenico».

Didascalie delle immagini
[Fig. 1] Johann Heinrich Füssli , «Re Lear caccia Cordelia» («Re Lear», Atto I, Scena I), 1784-1790. Toronto, Art Gallery of Ontario; [fig. 2] William Dyce, «Re Lear e il Matto nella tempesta» («Re Lear», III, 2), c. 1851. Edimburgo, National Gallery of Scotland; [fig. 3] James Barry, «Re Lear piange la morte di Cordelia» («Re Lear», V, 3), 1786-88.  Londra, Tate; [fig. 4] James Barry, «Re Lear piange la morte di Cordelia» («Re Lear», V, 3), 1774. Dublino, The John Jefferson Smurfit Foundation. 

domenica 3 agosto 2014

«Smens», una rivista di parole in legno e xilografie originali. In mostra a Venezia

È il 1997 quando l’associazione artistico-culturale «Nuova Xilografia» edita a Torino il primo numero di «Smens», una pregevole rivista semestrale, a tiratura limitata, stampata su carta di cotone e con torchio a braccia, i cui testi sono composti a caratteri di piombo e le cui illustrazioni sono xilografie originali incise su tavolette di legno.
Nell’epoca della prepotente affermazione dei supporti digitali, una pubblicazione interamente realizzata a mano come questa, che ripropone una fabbricazione editoriale dal sapore antico e che fa dell’appassionata cura per i dettagli la propria cifra stilistica, è di per sé speciale. Ma il valore aumenta notevolmente quando si scorrono i nomi di poeti, studiosi, filosofi, scrittori e artisti che, negli anni, hanno collaborato alla realizzazione di queste pagine dalla tecnologia artigianale e raffinatissima, nate dall’idea bizzarra, ma vincente di due talentuosi incisori piemontesi definiti da Bruno Quaranta «radicali e siderei»: Gianfranco Schialvino e Gianni Verna.
Per undici numeri e sette anni, dal 1997 al 2004, le parole di Gianfranco Ravasi, Nico Orengo, Mario Rigoni Stern, Federico Zeri, Roberto Sanesi, Elena Loewenthal, Vittorio Sgarbi, Mario Luzi e molti altri hanno così incontrato il segno grafico di alcuni tra i più bravi xilografi del mondo come Barry Mosere, Leonard Baskin, Evgenij Bortnikov, Jean Marcel Bertrand, Ugo Nespolo, Emanuele Luzzati e Salvo, dando vita ad un’avventura editoriale fuori dal tempo, «superbamente inutile», come si disse in occasione dell’uscita del primo numero presentato al Musée d’art modern ed d’art contemporain di Liegi.
Questa storia rivive, da venerdì 8 agosto a domenica 7 settembre, nelle Sale monumentali della Biblioteca nazionale Marciana di Venezia nella mostra «La xilografia in rivista», ideata e curata da Gianfranco Schialvino e Gianni Verna.
Conservati in vetrinette nel vestibolo della cinquecentesca Libreria Sansoviniana (nome, questo, derivato dall’ideatore del progetto, Jacopo Sansovino), i volumi di «Smens» raccontano una storia giocata fra la contrapposizione tra due tesi, due concetti opposti: bene e male, bianco e nero, sacro e profano, verità e menzogna, sogno e realtà, alfa e omega. Tra le splendide illustrazioni riprodotte, si ritrovano anche ristampe di pregevoli lavori di Fortunato Depero, Felice Casorati e Lorenzo Viani, a dimostrazione di quanto un'arte apparentemente facile, dove tutto è fatto con elementi semplici come un coltello, un pezzo di legno, un po’ di inchiostro e carta, abbia bisogno di grandi artisti per parlare il linguaggio della poesia e del bello, per lasciare un segno nel cuore del lettore.
Una rivista speciale, dunque, «Smens», nel cui primo numero vedeva volare fuori dalle sue pagine una gazza ladra: «monogama, ciarliera, seriamente curiosa, bianca e nera con un’insondabile pennellata di blu, elettrico come un fondo marino, una parete di ghiaccio», ricorda Gianfranco Schialvino nel catalogo della mostra veneziana stampato in seicento copie dalle officine della Grafica Santhiatese. Si racconta, nella tradizione orientale, che il richiamo di questo uccello annunci sempre una visita, un giro di carte e di destino, una novità. E sicuramente inedito è stato l’ingresso di «Smens» nel panorama editoriale italiano, una rivista che –ricordano dalla Marciana- «fa da monito e memoria della conoscenza della fabbrica del libro, un oggetto che ha segnato la storia dell’uomo e ne è stato uno degli elementi più importanti per la sua evoluzione ed emancipazione».

Didascalie delle immagini
[Fig. 1] Copertina della rivista «Smens» n. VII, dedicata al tema «Sogno e realtà»; [fig. 2] Copertina della rivista «Smens» n. II, dedicata al tema «Il bene e il male»; [fig. 3] Gianni Verna, «Cabana», xilografia per la rivista «Smens»

Informazioni utili
«La xilografia in rivista». Biblioteca nazionale Marciana – Sale monumentali, piazzetta San Marco – Venezia. Orari: lunedì-venerdì, ore 8.00-19.00; sabato, ore 8.00-13.30. Ingresso(biglietto Musei di piazza San Marco): intero € 16,00, ridotto € 10,00 (ragazzi da 6 a 14 anni, studenti dai 15 ai 25 anni, accompagnatori di gruppi di ragazzi o studenti, cittadini over 65 anni, personale del Ministero per i beni e le attività culturali e per il turismo, titolari di Carta Rolling Venice, soci Fai), gratuito per residenti e nati nel Comune di Venezia, bambini da 0 a 5 anni, portatori di handicap con accompagnatore, guide autorizzate e interpreti turistici che accompagnino gruppi o visitatori individuali, per ogni gruppo di almeno 15 persone. Informazioni: tel. 041.2407211 o biblioteca@marciana.venezia.sbn.it. Sito internet: http://marciana.venezia.sbn.it. Da venerdì 8 agosto a domenica 7 settembre 2014.