«Fogli d'arte» è una pubblicazione identificata univocamente da un codice ISSN (International Standard Serial Number), attribuito in data 7 marzo 2008: ISSN 1974-4455. Per comunicazioni: foglidarte@gmail.com.

lunedì 30 marzo 2015

Grottaglie, «Le donne di Federico» in mostra in una grotta del Duecento

Ci sono le immagini di Costanza d’Aragona, Isabella d’Inghilterra e Costanza d’Altavilla, ma anche di Pier delle Vigne, Manfredi e Tommaso da Oria nella mostra «Le donne di Federico», che allinea in una grotta ipogea del Duecento scavata a mano, nel cuore dell’antico quartiere delle ceramiche di Grottaglie, ventidue statue realizzate dall’artista Domenico Pinto.
Le opere, esposte da giovedì 2 a giovedì 9 aprile, rappresentano non solo l’universo femminile del grande imperatore conosciuto con l’appellativo di «stupor mundi et immutator mirabilis» (letteralmente «lo stupore del mondo e il miracoloso trasformatore») per la sua moderna concezione organizzativa dello Stato e per la sua tolleranza nei confronti degli altri credo religiosi, ma ne raccontano anche il mito e la leggenda attraverso figure maschili che hanno partecipato agli intrighi di corte, vestite di regale autorità e rappresentate a cavallo.
Le opere esposte in una nicchia rurale ai piedi del Castello Episcopio di Grottaglie, trasformata da Domenico Pinto in spazio espositivo, sono tutte realizzate in terracotta ingobbiata e invetriata con lustri e oro zecchino (72x50 cm).
Quelle plasmate dall’artista pugliese sono figure lunghe e nobili, dai visi affusolati, fissi e solenni e dagli abiti dorati e impreziositi da colori ricchi. Le dame eleganti e i cavalieri autorevoli disegnati dal ceramista pugliese nascondono le trame narrative della storia di Federico II ed evocano i fasti e i luoghi della corte sveva. «Appaiono –si legge nella nota di presentazione- come un’idea arcaica quasi fossero divinità nell’orgoglio storico di un popolo».
La mostra vuole, dunque, rappresentare la cultura, la storia, l’architettura della Puglia permeate da quel fascino misterioso che da sempre alimenta nell’uomo del Sud la figura di Federico II di Svevia. E ci offre così forme e immagini che appagano non solo il nostro bisogno di bellezza, ma anche la necessità di sentirci raccontare delle storie.
Particolarmente sensibile ai problemi della ceramica e della cultura grottagliese tradizionale, Domenico Pinto compie enormi sforzi per il rinnovo e la rivisitazione delle forme e dei decori popolari, attingendo non solo alle sue tecniche, ai suoi valori e alla sua simbologia, sintetizzando e armonizzando la tradizione locale con la ricerca e l’innovazione.
La mostra è anche un’ottima occasione per fare una gita nel Quartiere delle ceramiche di Grottaglie, in provincia di Taranto. Nel cuore di questa caratteristica cittadina, lungo la gravina San Giorgio, si è formato nei secoli un’intera zona di esperti ceramisti che, ricavando laboratori e forni di cottura nella roccia di ambienti ipogei utilizzati in passato anche come frantoi, hanno saputo sviluppare una fiorente attività artigianale oggi riconosciuta ed apprezzata in tutto il mondo.
Due i principali prodotti della tradizione figulina grottagliese: i «Bianchi di Grottaglie», manifattura artistica propria di un certo tipo di produzione elitaria caratterizzata dall'esaltazione della forma pura attraverso l'utilizzo dello smalto bianco stannifero, e la più caratteristica ceramica rustica e popolare, caratterizzata da una tavolozza cromatica costituita dal verde marcio, giallo ocra, blu e manganese. Ad oggi Grottaglie, con le sue numerose botteghe di ceramisti, è l’unico centro ceramico pugliese protetto dal marchio Doc ed inserita nel ristretto elenco delle ventotto città della ceramica italiana.

Informazioni utili 
 «Le donne di Federico» Studio d’arte di Paola e Domenico Pinto, via Crispi, 6 - Grottaglie (Taranto). Orari: ore 9.00-13.00 e ore 16.00-20.00. Ingresso libero. Informazioni: tel. 099.5628440 o cell. 348.5492334 o domenicopinto45@libero.it. Sito web: www.ceramichepinto.it. Dal 2 al 9 aprile 2015.

venerdì 27 marzo 2015

Donatello davanti al mistero della Croce

La presenza di Donatello a Padova innova profondamente il linguaggio della scultura in Italia e pone il centro veneto tra i principali luoghi di diffusione del Rinascimento.
Questo momento nodale nella storia artistica della città viene ricordato, a partire da sabato 28 marzo, attraverso una serie di importanti mostre e iniziative, promosse da differenti istituzioni e in diverse sedi, sotto il titolo comune di «Donatello e Padova».
In occasione di questa iniziativa, il Museo diocesano ospita, nello scenografico Salone dei Vescovi, tre crocifissi realizzati dall’artista toscano nel corso della sua vita, dagli anni giovanili alla piena maturità: quello della chiesa di Santa Croce in Firenze -oggetto di una celebre gara con l'antagonista Filippo Brunelleschi, raccontata da Giorgio Vasari-, quello bronzeo della Basilica di Sant'Antonio e quello dell’antica chiesa padovana di Santa Maria dei Servi, da poco aggiunto al catalogo delle opere donatelliane.
Quest’ultimo crocifisso è stato attribuito all’artista alcuni anni fa da Francesco Caglioti, dell'Università di Napoli, che sulla scorta delle ricerche di Marco Ruffini ha restituito alla scultura la corretta paternità, attestata dalle fonti più antiche, ma ben presto dimenticata. La riscoperta dell’opera, di cui lo studioso scrisse in uno articolo molto circostanziato comparso sulla rivista «Prospettiva» nel 2008, deriva, per la precisione, dall’individuazione, alla Beinecke Library della Yale University, del primo volume di un esemplare dell’edizione del 1550 delle «Vite» di Giorgio Vasari, contenente annotazioni manoscritte fino a quel momento sconosciute, che forniscono preziose informazioni inedite sull’arte veneta del Quattro e Cinquecento.
L'oblio del nome di Donatello si spiega con la particolare devozione di cui l'opera ha goduto, e tuttora gode, specialmente in seguito ai fatti miracolosi del 1512, quando il Crocifisso trasudò sangue dal volto e dal costato per quindici giorni consecutivi a partire dal 5 febbraio e anche il successivo Venerdì santo. L’evento eccezionale, riconosciuto come miracoloso dal vescovo vicario di Padova Paolo Zabarella, suscitò subito una speciale devozione, ancora viva, e condusse, in tempi eccezionalmente brevi all’istituzione della Confraternita del Crocifisso.
Con il passare dei secoli la memoria popolare trasferì la paternità donatelliana alla scultura gotica della Vergine conservata sempre nella chiesa, ma la speciale cura dei fedeli per il Crocifisso ne assicurò la conservazione, preservandolo dalla distruzione o dalla dispersione, sorte molto comune per questo tipo di immagini scolpite.
Se in un primo momento l'attribuzione, argomentata da Caglioti su basi stilistiche, ha suscitato qualche perplessità e un atteggiamento di prudenza all'interno della comunità scientifica, oggi i risultati del restauro condotto dalla Soprintendenza per beni storici, artisti ed etnoantropologici per le province di Venezia, Belluno, Padova e Treviso nel laboratorio di Udine, con il finanziamento del Ministero dei beni e delle attività culturali e turismo, non lasciano più dubbi.
La rimozione della spessa ridipintura a finto bronzo, affidata alle sapienti mani dei restauratori Angelo Pizzolongo e Catia Michielan, rivela ora tutta la qualità dell'intaglio e della policromia originaria, in buona parte conservatasi, restituendo a Padova un capolavoro che va ad aggiungersi alle altre opere che Donatello ha lasciato durante la sua permanenza in città (1443-1453), come la statua equestre del Gattamelata, l'altare e il Crocifisso bronzeo per la Basilica di Sant'Antonio.
L’opera restaurata, visibile fino al 26 luglio al Museo diocesano nella mostra «Donatello svelato», a cura di Andrea Nante ed Elisabetta Francescutti, sarà accompagnata da un’esaustiva documentazione attraverso la quale il pubblico avrà modo di avvicinarsi dettagliatamente alle varie fasi del restauro e alle indagini tecniche che lo hanno preceduto, interamente realizzate grazie al contributo dell'Opificio delle pietre dure di Firenze e del Centro conservazione e restauro «La Venaria Reale».

Didascalie delle immagini 
[Figg. 1, 2 e 3] Donato di Niccolò di Betto Bardi, detto Donatello, Crocifisso.  Padova, Chiesa di Santa Maria dei Servi 

Informazioni utili
«Donatello svelato. Capolavori a confronto». Museo diocesano di Padova / Palazzo vescovile, piazza Duomo, 12 - Padova. Orari: tutti i giorni (esclusi i lunedì non festivi), ore 10.00-19.00. Ingresso: intero € 5,00, ridotto € 4,00. Informazioni: tel. 049.8761924/ 049.652855 e info@museodiocesanopadova.it. Sito internet: www.museodiocesanopadova.it. Dal 27 marzo al 26 luglio 2015.

giovedì 26 marzo 2015

All’asta la collezione di Jean Ferrero

Sarà battuta all’asta mercoledì 1° aprile da Francis Briest di Artcurial, casa d’aste leader in Francia con uffici a Milano, Vienna e Bruxelles, una parte della collezione di Jean Ferrero, preziosa testimonianza della scena artistica in Costa Azzurra nella seconda metà del Novecento. Questo gruppo di opere, in tutto oltre duecento, vede la firma di una trentina di artisti della cosiddetta Scuola di Nizza, alcuni dei quali appartenenti a movimenti artistici affermati come Arman, César e Martial Raysse del Nuovo Realismo o Ben del Fluxus, altri non classificabili entro alcuna corrente artistica come, per esempio, Bernar Venet e Claude Gilli.
Jean Ferrero vive a Nizza e ha sviluppato profonde amicizie con tutti gli artisti che hanno lavorato in Riviera, ma ha avuto nella sua raccolta anche opere di autori come Man Ray, Lucio Fontana, Marc Chagall, Pierre Soulages, Jean Cocteau e Martial Raysse, estranei alla scuola nizzarda. Il fotografo francese è stato, infatti, un fervente collezionista o, come egli stesso si definiva, «un commerciante d’arte compulsivo con il virus del collezionismo».
Della sua passione per l’arte ne parlò anche l’amico Ben in un’opera del 1971: «Qui vive Ferrero / nato il 1° marzo 1931 / direttore di star del cinema, guida, fotografo di uomini nudi – appassionato collezionista di arte moderna – ama il denaro – la carne di cavallo cruda – le donne di altre persone – parla troppo».
Figlio di un immigrante italiano, Jean Ferrero ha avuto una formazione da autodidatta: ha ricevuto un’educazione modesta e, prima di dedicarsi alla fotografia, ha svolto numerosi lavori.
Ha esordito come fotografo di strada, ritraendo i passanti e ricercando da solo i suoi soggetti. Ha fotografato pugili e sollevatori di pesi, esplorando il tema del nudo maschile all’aperto.
Ben presto le sue fotografie hanno attirato l’attenzione del pubblico internazionale e, tra il 1955 e il 1975, le commissioni da parte di pubblicazioni straniere sono diventate un’importante risorsa economica che gli ha dato la possibilità di acquistare un gran numero di opere.
Allo stesso tempo, Ferrero ha lavorato come paparazzo per il «Nice Matin», per «La Stampa» e, in particolare, per la rivista «XXe siècle», per la quale ha realizzato numerosi servizi dedicati ad artisti famosi, occasione che gli ha aperto le porte del mondo dell’arte.
Lo sport è stata una risorsa fondamentale nella vita del fotografo francese, gli ha permesso di trovare i suoi primi modelli ed è stato nei club  sportivi della Costa Azzurra che ha incontrato e stretto amicizia con diversi artisti. Per questo motivo nella sua collezione, accanto a pezzi caratteristici di ogni autore, si trovano lavori più intimi e personali, come, per esempio, l’opera di César, creata in compagnia sua e della figlia.
Nel 1970 il fotografo francese ha inaugurato la sua prima galleria-appartamento al porto di Nizza; si è, quindi, trasferito in Promenade des Anglais, in uno spazio di 300 metri quadrati gestito sino al 2003.
Ora, all’età di 84 anni, Jean Ferrero si vuole concentrare sui suoi lavori fotografici. Il 26 febbraio 2014 ha donato oltre ottocento opere alla città di Nizza, tra le quali figurano opere di Arman, Ben, César e Moya, e adesso ha deciso di vendere più di duecento lavori della sua raccolta attraverso Artcurial.
L’asta si terrà mercoledì 1° aprile e sarà anticipata da un’esposizione in programma da domenica 29 a martedì 31 marzo nella sede parigina, nelle vicinanze degli Champs-Elysées.

Didascalie delle immagini
Ben, «C’est Jean qui a attrapé l’art par la queue, 2000. Acrilico e legno su pannello, 52,5 x 72,5 cm. Collezione Jean Ferrero, stima: € 4.000 – 6.000 / $  4.500 – 7.000; [Fig. 2] Arman, «Colere de contrebasse», 1971. Rabbia, basso distrutto e carbonizzato, 200 x 160 x 22 cm. Collezione Jean Ferrero. Stima: € 170.000 – 220.000 / $ 190.000–250.000; [Fig. 3] Cesar, «Expansion Mobiloil», 1968. Schiuma di poliuretano e lattina su pannello, 86,50 x 66 x 20,50 cm. Pezzo unico. Collezione Jean Ferrero. Stima: € 10.000 – 15.000 / $ 11.000 – 17.000

Informazioni utili 
 «Jean Ferrero Collection», «gli amici artisti della Scuola di Nizza». Artcurial , 7 rond-point des Champs-Élysées – Parigi. Mostra: domenica 29 marzo, ore 14.00-18.00; lunedì 30 e marteì 31 marzo, ore 11.00-19.00; ingresso libero.  Asta, mercoledì 1° aprile 2015, ore 16.00. Catalogo: www.artcurial.com/pdf/2015/2702.pdf (dal Lotto 131 alla fine).  Informazioni: Vanessa Favre, tel. +33.142991613. Da domenica 29 marzo a mercoledì 1° aprile 2015. 


mercoledì 25 marzo 2015

«Testimonianze ricerca azioni»: Genova accende i riflettori sul teatro con spettacoli e residenze artistiche

Sessanta artisti ospiti, quaranta giorni di programmazione, otto spettacoli, cinque residenze creative, quattro laboratori pratici sull’arte dell’attore, tre seminari e due conferenze: sono questi i numeri della quarta edizione di «Testimonianze ricerca azioni», festival ideato da Clemente Tafuri e David Beronio per il teatro Akropolis di Genova, realtà ubicata nel quartiere periferico di Sestri Ponente da sempre attenta a far circuitare ciò che di interessante producono prestigiose compagnie internazionali e a far incontrare e dialogare tra loro gli artisti.
Ad inaugurare la rassegna, in cartellone dal 26 marzo al 3 maggio, sarà un focus su Marcido Marcidorjs e Famosa Mimosa che prevede lo spettacolo «Nel lago dei leoni – dalle estasi di Maria Maddalena de’ Pazzi», per la regia di Marco Isidori, e una visita “dietro le quinte” per osservare da vicino le favolose macchine scenografiche della compagnia, realizzate da Daniela Dal Cin, che si è già aggiudicata due premi Ubu per il suo lavoro.
Il giorno successivo, venerdì 27 marzo, il gruppo sarà ancora in scena a Genova con «Loretta Strong», un monologo di Copi in cui la giornata di un essere umano è trasformata in un’avventura spaziale minacciata da alieni bellicosi, il cui scopo è seminare oro in un pianeta distante anni-luce dalla Terra.
Il festival proseguirà, quindi, nella giornata del 2 aprile con lo spettacolo «Le parole nascoste», nuovo lavoro dell’Open Program del «Workcenter of Jerzy Grotowski and Thomas Richards», gruppo prodotto da Pontedera, una delle anime del neonato Teatro nazionale toscano, che è piuttosto raro vedere all'opera.
Sarà, poi, la volta dei napoletani «TeatrInGestAzione» con «Bestiale copernicana», uno spettacolo in programma il 12 aprile che riflette sui momenti che danno vita a ribaltamenti di prospettiva, liberando nuove possibilità di intendere e agire l’esistenza. Mentre venerdì 17 aprile verrà presentato, all’interno della consueta festa in villa Rossi, «Senza niente 2 - Il presidente» del modenese Teatro Magro: un’attrice racconta cosa vuol dire essere a capo di un’ impresa culturale in cerca di emancipazione, inserendosi in un ambiente ostico nel quale è fondamentale procurare commesse, intrattenere pubbliche relazioni, mostrarsi imprenditore e manager competente.
Il giorno successivo, sabato 18 aprile, la scena sarà, invece, occupata dalla compagnia Teatro dei Venti di Modena con il pluripremiato «InCertiCorpi», un’indagine sulla fisicità della donna nato dagli appunti e dalle suggestioni del testo «Pittura su legno» di Ingmar Bergman.
Sarà, quindi, la volta della prima nazionale dello spettacolo «Morte di Zarathustra» della compagnia Teatro Akropolis, in scena il 19 aprile(e in replica il 26). Si tratta dell’esito di un percorso di ricerca sulla nascita della tragedia, ispirato a Nietzsche e alle sue scoperte sul coro ditirambico, cioè su quella straordinaria esperienza che è all’origine della tragedia classica e di cui si hanno pochissime tracce. L’appuntamento teatrale -non una digressione letteraria sui temi della mitologia, ma un mito presentato nella sua natura più essenziale, attraverso azione e movimento- è parte di un progetto più ampio che comprende la pubblicazione di un libro e un percorso di ricerca condotto con un gruppo di attori.
La programmazione proseguirà, quindi, il 30 aprile con gli «Instabili Vaganti» di Bologna che presenteranno, in prima nazionale, la rivisitazione di «Megalopolis # 43», dopo il debutto romano di marzo e la residenza al teatro Akropolis. Con questo spettacolo si dà voce alla drammatica vicenda dei quarantatré studenti desaparecidos di Ayotzinapa, in Messico, bruciati vivi e sepolti in una fossa comune del narco-governo nel settembre del 2014.
Un altro capitolo importante di questa quarta edizione del festival è rappresentato dalla residenze, tema centrale a livello nazionale, se si riflette sulla sostenibilità produttiva del «sistema teatro» e, quindi, sulle reali opportunità date alla creazione dello spettacolo dal vivo. Fino al prossimo novembre il teatro Akropolis ospiterà, grazie al sostegno della Regione Liguria e al Clec – Centro linguaggi espressivi contemporanei, artisti e compagnie, aprendo i suoi spazi e sostenendo la produzione. Sono oltre novanta i gruppi di tutta Europa che hanno presentato la propria candidatura nell’ambito di questo progetto, del quale si parlerà mercoledì 22 aprile durante il convegno «Genius Loci – incontri e riflessioni sulle Residenze artistiche», ideato con «L’arboreto – Teatro Dimora», la prima struttura in Italia ad aver sviluppato, pensato e progettato le residenze principalmente come luoghi di studio, ricerca e sperimentazione. Tra le prime compagnie in residenza a Genova si segnalano: «TeatrInGestAzione» (7-12 aprile), «Instabili Vaganti» (27-30 aprile), «Officine Papage» (1-7 maggio), «Nicola Marrapodi/Nicolas Ricchini» (22-28 maggio) e, infine, «ErosAntEros» (novembre 2015).
La terza ed ultima parte del programma prevede, infine, laboratori, seminari e incontri che completano e approfondiscono gli spettacoli e il progetto residenziale. Si inizia sabato 28 e domenica 29 marzo con Maria Luisa Abate e Paolo Oricco che intratterranno il pubblico sul tema «L’arte recitativa: la via dei Marcido». Mentre dal 30 marzo al 1° aprile Mario Biagini, direttore associato del «Workcenter of Gerzy Grotowski and Thomas Richards», presenterà il workshop «Il fare dell’attore: azione intenzionale e processo creativo». Sarà, poi, la volta di «Animali Lab», un laboratorio intensivo sulla presenza scenica, condotto da Anna Gesualdi e Giovanni Trono di «TeatrInGestAzione». A seguire Marco De Marinis, docente e direttore del Dams di Bologna, terrà il seminario «La riscoperta della Commedia dell'arte nel teatro italiano contemporaneo»; mentre Elena Lamberti parlerà della gestione dell’ufficio stampa in ambito teatrale. Clemente Tafuri e David Beronio introdurranno, quindi, il pubblico al tema «Gioco e sapere – forme di un teatro senza scena», una conferenza sulle arti dinamiche con Roberto Cuppone, Gerardo Guccini, Silvia Mei, Roberto Pellery ed Enrico Pitozzi. Nel corso della giornata verranno presentati i libri «L’Incorporeo. O della conoscenza», un testo inedito di Alessandro Fersen, e il già citato «Morte di Zarathustra». A chiudere il cartellone dei laboratori sarà un incontro con Marco Pasquinucci e Paola Consani dal titolo «Coniugazioni: la grammatica dell’esistenza». Un programma, dunque, ricco quello del festival genovese attento agli interessi di coloro che considerano il processo creativo fra gli aspetti più ricchi e significativi dell’atto artistico, sia per chi crea che per chi guarda.


Didascalie delle immagini
[Fig. 1] Una scena dello spettacolo «Morte di Zarathustra» della compagnia Teatro Akropolis; [fig. 2] Una scena dello spettacolo «Nel lago dei leoni – dalle estasi di Maria Maddalena de’ Pazzi», per la regia di Marco Isidori; [fig. 3] Una scena dello spettacolo «Loretta Strong»; [fig. 4] Una scena di «Megalopolis # 43»; [fig. 5] Il «Workcenter of Jerzy Grotowski and Thomas Richards», gruppo prodotto da Pontedera, una delle anime del neonato Teatro nazionale toscano; [fig. 6] Una scena dello spettacolo «InCertiCorpi» del Teatro dei Venti di Modena

Informazioni utili 
«Testimonianze ricerca azioni». Sedi varie, Genova. I luoghi del festival: Teatro Akropolis, via Mario Boeddu, 10 - Sestri Ponente; Villa Rossi Martini, piazza Bernardo Poch, 4 - Sestri Ponente; Auditorium ex Manifattura Tabacchi, via Giacomo Soliman, 7 - Sestri Ponente; Villa Durazzo Bombrini, via Ludovico Antonio Muratori, 5 - Cornigliano;  Regione Liguria - Sala Auditorium, piazza De Ferrari, 1; Museo Biblioteca dell’Attore, via del Seminario, 10; Università di Genova – Scuola di scienze umanistiche, via Balbi, 4; Museo di Sant’Agostino, piazza di Sarzano, 35r. Informazioni e biglietteria: Teatro Akropolis, via Mario Boeddu, 10 - Genova,  tel. 329.1639577 (prenotazioni per gli spettacoli anche con sms, tutti i giorni dalle 10.00 alle 20.00);  info@teatroakropolis.com. Ingresso:   intero € 12,00, ridotto € 10,00 (under 28, over 65, Green Card, operatori teatrali). Informazioni e iscrizioni ai laboratori:  tel. 329.9777850 o laboratori@teatroakropolis.com. Informazioni e iscrizioni ai seminari: tel. 329.1639577 o info@teatroakropolis.com. Sito internet: www.teatroakropolis.com. Dal 26 marzo al 3 maggio 2015. 

lunedì 23 marzo 2015

«Ashes/Ceneri», il libro di Pierpaolo Mittica tra i finalisti del «Pictures of the year International POYI»

C’è anche un editore insolito come il Comune di Pordenone tra i finalisti del «Pictures of the year International POYI», uno dei più prestigiosi concorsi internazionali di fotografia al mondo, la cui prima edizione si tenne nel 1944 per iniziativa dell’istituto di giornalismo «Donald W. Reynolds» del Missouri.
Il riconoscimento è stato conseguito dall’amministrazione della città friulana grazie alla pubblicazione del libro «Ashes/Ceneri. Racconti di un fotoreporter», catalogo della mostra di Pierpaolo Mittica (Pordenone, 1971) tenutasi dal settembre 2014 al gennaio 2015 negli spazi della galleria Harry Bertoia, all’interno di Palazzo Spelladi.
Il volume, realizzato da Roberto Duse e Carlo Rossolini di Obliquestudio, contiene contributi di Luis Sepúlveda, Angelo Bertani, Charles – Henri Favrod, Naomi Rosenblum e dello stesso Pierpaolo Mittica.
Al suo interno vengono documentate dieci emergenze del nostro mondo: «Balcani: dalla Bosnia al Kosovo, 1997-1999», «Incredibile India, 2002-2005»; «Chernobyl l’eredità nascosta 2002-2007»; «Vite riciclate, 2007-2008»; «Kawah Ijen – Inferno, 2009»; «Piccoli schiavi, 2010»; «Fukushima No-Go Zone, 2011-2012»; «Karabash, Russia, 2013»; «Mayak 57, Russia 2013» e «Magnitogorsk, Russia 2013».
Arrivare a classificarsi tra i sei volumi fotografici finalisti del «Pictures of the year International POYI», concorso che ogni anno premia le eccellenze del fotogiornalismo, del visual editing e del multimedia on-line, è una grande soddisfazione per il Comune di Pordenone. Basti pensare che la giuria, composta dai maggiori esperti mondiali, ha selezionato il volume «Ashes/Ceneri. Racconti di un fotoreporter» dopo uno screening su ben cinquantaduemila opere in concorso, presentate da editori e fotografi di settantuno diverse nazioni.
«A far emergere questa nostra opera –ha affermato l’assessore alla Cultura Claudio Cattaruzza- credo sia stata la qualità e l’intensità del lavoro di Mittica, innanzitutto. Ma anche la terribile attualità della tematica da lui affrontata. «Ashes / Ceneri. Racconti di un fotoreporter» ci trasmette, senza alcuno sconto, i devastanti effetti sociali ed ecologici causati dallo sfruttamento degli uomini e dell’ambiente in varie parti del mondo. Ma, in positivo, indica l’urgenza di una svolta epocale e di una rinascita, proprio a partire dalla conoscenza di ciò che, anche negli ultimi decenni, è stato provocato da ciniche scelte politiche ed economiche».
Pierpaolo Mittica è, d’altronde, da sempre particolarmente attento alle tematiche sociali e ambientali, interesse che lo ha portato ad essere definito come «fotografo umanista». Si è occupato soprattutto degli oppressi, degli ultimi e delle persone che non hanno diritto di parola nei luoghi più difficili del terzo mondo. E, negli ultimi anni, ha iniziato a indagare sui più gravi disastri ecologici che hanno afflitto l’umanità e distrutto l’ambiente.
Ha ricevuto la sua preparazione scolastica con docenti come Charles - Henri Favrod, Naomi Rosenblum e Walter Rosenblum, che egli considera il suo mentore. Le sue fotografie sono state esposte in Europa, negli Stati Uniti e, nel 2011, alla Biennale di Venezia. «L’Espresso», «Vogue Italia», «Repubblica», «Panorama», «Il Sole 24 ore», «The Telegraph» e «The Guardian» sono solo alcuni dei giornali che hanno pubblicato i suoi scatti.
La sua mostra «Chernobyl - l’eredità nascosta» è stata scelta nel 2006 come rassegna ufficiale per il ventennale del disastro di Chernobyl. L’elenco dei riconoscimenti che gli sono stati assegnati è lunghissimo e di assoluto prestigio; alle sue opere sono state dedicate monografie pubblicate da editori specializzati di vari Paesi, così come le sue immagini sono patrimonio di grandi musei e collezioni internazionali.

Didascalie delle immagini
[Fig. 1] Copertina del libro «Ashes / Ceneri. Racconti di un fotoreporter»; [fig. 2] Pierpaolo Mittica, La  memoria. Sarajevo, Bosnia Herzegovina, 1997; [fig. 3] Pierpaolo Mittica, Rifiuti chimici tossici scaricati dalla fonderia di rame. Karabash, Russia, 2013

Informazioni utili
 Pierpaolo Mittica, «Ashes / Ceneri. Racconti di un fotoreporter». Edizioni Comune di Pordenone, Pordenone 2015. Testi di Luis Sepúlveda, Angelo Bertani, Charles – Henri Favrod, Naomi Rosenblum e Pierpaolo Mittica. Informazioni: Ufficio Cultura - Comune di Pordenone, tel. 0434.392916 e
attivitaculturali@comune.pordenone.it.