«Fogli d'arte» è una pubblicazione identificata univocamente da un codice ISSN (International Standard Serial Number), attribuito in data 7 marzo 2008: ISSN 1974-4455. Per comunicazioni: foglidarte@gmail.com.

venerdì 27 febbraio 2015

«Lo schermo dell’arte» sbarca a Venezia

Si apre con un omaggio a Richard Hamilton, il padre della Pop art britannica, la trasferta veneziana del festival «Lo schermo dell’arte», progetto nato a Firenze nel 2008 con l’intento di esplorare, analizzare e promuovere le relazioni tra cinema e creatività contemporanea attraverso proiezioni, installazioni, pubblicazioni e workshop. Giovedì 5 marzo, alle ore 18, il teatrino di Palazzo Grassi ospiterà, infatti, il lungometraggio «Richard Hamilton dans le reflet de Marcel Duchamp» di Pascal Goblot, al quale seguirà, alle ore 19.30, «Hamilton: A film by Liam Gillick», prodotto in occasione delle due recenti mostre dell’artista inglese alla Tate Modern e all’Ica di Londra.
Quattordici i film in agenda, tutti dedicati a grandi artisti del XX e XXI secolo, che fino a domenica 8 marzo animeranno la sala lagunare, mille metri quadrati composti da un auditorium con una capacità di duecentoventicinque posti, completo di due spazi di foyer e di aree tecniche -camerini, sala regia, cabina per la traduzione simultanea-, restituito da François Pinault alla città nella tarda primavera del 2013, dopo un progetto di restauro dai tratti minimalisti firmato dall’architetto giapponese Tadao Ando in stretto dialogo con la Soprintendenza per i Beni architettonici e paesaggistici di Venezia.
A presentare la rassegna, tutta a ingresso gratuito (fino ad esaurimento dei posti disponibili) come era già avvenuto nella prima edizione del 2014, saranno, nella serata di giovedì 5 marzo, Silvia Lucchesi, anima del festival fiorentino, Martin Bethenod, direttore di Palazzo Grassi-Punta della Dogana, e Philippe-Alain Michaud, curatore al Musée national d’art moderne Centre Pompidou.
Tra i maestri contemporanei al centro della rassegna filmica veneziana ci saranno Gordon Matta-Clark, icona del movimento Anarchitettura, e Ai Weiwei, artista dissidente cinese che, dal 7 marzo al 6 giugno, presenterà la sua produzione, pregna di rabbia e di impegno civile, nella mostra «Il giardino incantato», curata da Sandro Orlandi Stagl e Mian Bu per la scenografica cornice di Palazzo Te a Mantova. Del primo verrà proposto il film «My Summer 77 with Gordon Matta-Clark» di Cherica Convents, basato sul montaggio dei materiali girati nell’estate 1977, quando l'artista stava lavorando al progetto «Office Baroque» ad Anversa (venerdì 6 marzo, ore 19.30). Il secondo sarà, invece, protagonista del lungometraggio «Ai Weiwei-Evidence» di Grit Lederer, nel quale la regista tedesca ha seguito Gereon Sievernich, direttore della galleria Martin-Gropius Bau, nel suo viaggio a Pechino per scegliere le opere dell’artista cinese che sono state esposte nella sua grande personale tenutasi a Berlino la scorsa primavera (domenica 8 marzo, ore 19.00).
Le Corbusier, il padre del movimento moderno, verrà, invece, omaggiato con «Provenance» di Amie Siegel, un film sugli arredi che il celebre designer svizzero progettò nel 1951 per i palazzi della città indiana di Chandigarh (venerdì 6 marzo, ore 18). Mentre Daniela Schmidt-Langels presenterà il suo film «Meret Oppenheim ou le surréalisme au féminin», che rivela, attraverso interviste ad artisti e amici, la ricca personalità della scultrice, scrittrice, poetessa, disegnatrice di gioielli e femminista degli anni del Surrealismo, divenuta icona per molte generazioni di donne (domenica 8 marzo, ore 18).
Tra i lavori in cartellone dedicati ad artisti contemporanei si segnala anche «Guido van der Werve» di Barbara Makkinga, nel quale si racconta l'ultima produzione dell'artista e compositore olandese, «Mummer veertien, home» del 2012, che lo ha visto percorrere oltre 1700 km a nuoto, in bicicletta e di corsa per portare in Polonia una manciata di terra presa dalla tomba di Frédéric Chopin a Parigi, rispondendo così alla volontà del musicista di essere sepolto nella sua terra natia (sabato 7 marzo, ore 19.30).
Saranno proposti nella rassegna veneziana anche film che documentano la storia di importanti opere d’arte realizzate in anni recenti. È il caso di «Levitated Mass» di Doug Pray, nel quale si racconta il viaggio di un gigantesco masso di trecentoquaranta tonnellate, trasportato nel 2012 da una cava dell’Arizona fino al Lacma di Los Angeles per la realizzazione dell’omonima installazione dell’artista Michael Heizer (giovedì 5 marzo, ore 20.30). Allo stesso filone appartiene «Art4space» dello street artist francese «Invader», un documentario che narra la storia di «Space One», la prima opera site-specific lanciata nella stratosfera (domenica 8 marzo, ore 17.00).
Tra i film in agenda, tutti in lingua originale e sottotitolati in italiano, si segnala, inoltre, «Ming of Harlem. Twenty One Storeys in the Air» di Phillip Warnell, vincitore del «Premio Georges de Beauregard» al Fid Marseille 2014, che affronta il tema del rapporto tra uomo e animale indagando le motivazioni che hanno spinto Antoine Yates a condividere per cinque anni un piccolo appartamento di Harlem con una tigre e un alligatore (sabato 7 marzo, ore 18.00).

Chiudono la programmazione «Cutie and the Boxer» di Zachary Heinzerling, candidato all’Oscar 2014 come miglior documentario, nel quale si racconta la storia del matrimonio tra gli artisti Ushio Shinohara e Noriko (sabato 7 marzo, ore 20.00), e «Feuer & Flamme» di Iwan Schumacher, sul lavoro della fonderia St. Gallen Art Foundry, dislocata nelle sue due sedi in Svizzera e in Cina, che ha visto al lavoro artisti quali Urs Fischer, Katharina Fritsch, Fischli/Weiss, e Paul McCarthy (venerdì 6 marzo, ore 20).

Didascalie delle immagini 
[Fig. 1] Grit Lederer, «Ai Weiwei – Evidence», Germania, 2014; [fig. 2] Cherica Convents, «My Summer 77 with Gordon Matta-Clark», Belgio, 2012; [fig. 3] Maria Anna Tappeiner,  «Blick zurück nach vorn. Künstler über Deutschland», Germania, 2014; Iwan Schumacher, «Feuer & Flamme», Svizzera, 2014, [fig. 5] Invader, «Art4Space», Francia, 2012

Informazioni utili 
«Lo schermo dell’arte». Teatrino di Palazzo Grassi, San Marco 3260 – Venezia. Ingresso libero, fino ad esaurimento dei posti disponibili. Informazioni: www.schermodellarte.org o www.palazzograssi.it. Da giovedì 5 a domenica 8 marzo 2015.

mercoledì 25 febbraio 2015

«Dimostrazione interventista», un Balla inedito a Gorizia

È un’opera inedita di Giacomo Balla a tenere a battesimo la nuova sezione sull’Interventismo che il Museo della Grande guerra di Gorizia, inserito nella rete museale provinciale diretta da Raffaella Sgubin e ospitato nei suggestivi sotterranei delle cinquecentesche Case Dornberg e Tasso, ha inaugurato il giorno di San Valentino.
Il dipinto, esposto per la prima volta nella città friulana, ha una storia particolare. È, intatti, rimasto per quasi un secolo sepolto sotto uno strato di pittura nera, sul retro di un lavoro ben più noto del pittore futurista: la «Verginità» del 1925, raffigurante una giovane donna nell’atto di velarsi.
È osservando con la luce radente il retro di quest’opera, che gli esperti si sono resi conto che la superficie presentava degli avvallamenti e sembrava nascondere un altro dipinto. Un intervento di restauro, realizzato tra il 2010 e il 2012, ha così portato alla scoperta di un lavoro antecedente, eccezionalmente conservato, che rappresenta -stando a quanto afferma Fabio Benzi, docente di storia dell'arte contemporanea all'Università di Chieti e uno tra i maggiori studiosi del Novecento italiano- «la più importante novità su Giacomo Balla emersa negli ultimi anni, ma anche una fondamentale acquisizione per la storia stessa del Futurismo».
Dalla pulitura della vernice nera è emerso, per la precisione, un lavoro appartenente alla serie eseguita da Giacomo Balla tra la fine del 1914 e la primavera del 1915, ovvero una tela facente parte di quelle «pitture interventiste», per stessa definizione dell’artista, eseguite nel momento di grande tensione politica e culturale che vide la maggior parte degli intellettuali italiani schierati a favore della partecipazione dell’Italia al primo conflitto bellico.
Il Futurismo, è noto, giocò un ruolo di punta all’interno dell’interventismo italiano e Giacomo Balla fu uno dei principali promotori dell'entrata in guerra del nostro Paese: nel manifesto «Il vestito antineutrale» del settembre 1914 affermò, per esempio, che «La neutralità è la sintesi di tutti i passatismi». Alle parole fece seguire i fatti, partecipando attivamente alle manifestazioni interventiste e venendo anche arrestato.
Il dipinto riscoperto, intitolato «Dimostrazione interventista», «si colloca -fanno sapere dai Musei provinciali di Gorizia- all’interno della fase astrattista futurista, in cui, assente ogni riferimento alle forme naturali, l’artista si serve di linee astratte e colori smaltati e puri per esprimere il dinamismo conflittuale tra forze innovative interventiste e forze di resistenza neutralistica, laddove le forze positive sono simboleggiate dalle componenti cromatiche del tricolore italiano e quelle neutraliste, al contrario, da una tramatura nera che opprime la nazione mentre il nodo sabaudo sancisce l’unità nazionale».
L’opera, che rimarrà esposto fino al 22 marzo per essere poi messa in mostra a Milano, è affiancata da altre tele di Giacomo Balla a tema patriottico, affiancate a una serie di cartoline di propaganda che, con i manifesti, divennero i più efficaci mezzi di comunicazione di massa. Analogamente a quanto avvenne negli altri Stati europei, molti disegnatori italiani si posero al servizio della propaganda di guerra; altri, invece, funsero da coscienza critica nei confronti di un avvenimento che consideravano solo una grande sciagura.
Nel nuovo allestimento, realizzato grazie alla collaborazione della Regione Friuli Venezia Giulia, sono presentate cartoline italiane che trattano il dibattito su intervento e neutralità, sul ruolo dell’Italia nell’ambito internazionale, sulla percezione della guerra, nelle quali la satira, già ben presente nel dibattito politico attraverso i giornali umoristici, gioca un ruolo importante nella descrizione delle posizioni dei vari schieramenti fino all’entrata in guerra dell’Italia.

Didascalie delle immagini 
[Fig. 1] Giacomo Balla, «Manifestazione patriottica» («Dimostrazione interventista»), 1915; [fig. 2] Giacomo Balla, «Verginità», 1925; [fig. 3] Giacomo Balla, «Sventolio di bandiere», 1915 

Informazioni utili 
«Interventismo 1915-2015». Musei Provinciali di Gorizia - Museo della Grande Guerra, Borgo Castello, 13 – Gorizia. Orari: martedì-domenica, ore 9.00-19.00; chiuso il lunedì. Ingresso: intero € 3,50, ridotto € 2,50; visite guidate € 1,00 euro, scuole € 1,00. Informazioni: musei@provincia.gorizia.it o tel. 0481.533926. Prenotazioni e visite guidate: didattica@provincia.gorizia.it. Sito internet: http://www.provincia.gorizia.it. Catalogo: Musei provinciali di Gorizia (testi di Fabio Benzi, Enrico Crispolti, Elena Gigli, Alessandra Martina e Raffaella Sgubin). Fino al 6 gennaio 2016.

lunedì 23 febbraio 2015

«Questa è guerra!»: cento anni di conflitti messi a fuoco dalla fotografia

C’è stato un tempo in cui a documentare visivamente la guerra c’erano solo gli artisti. Come non ricordare, per esempio, «La Battaglia di San Romano» (1438 circa), un grande trittico dipinto da Paolo Uccello, con le sue geometrie cristalline, per commemorare lo scontro armato tra fiorentini e senesi del giugno 1432, oggi smembrato e diviso tra gli Uffizi di Firenze, la National Gallery di Londra e il Louvre di Parigi. Non meno celebri sono il «Guidoriccio da Fogliano all'assedio di Montemassi» (1330), affresco di Simone Martini per il Palazzo pubblico di Siena, il quadro «Gli orrori della guerra» (1638) di Peter Paul Rubens, oggi conservato alla Galleria Palatina di Firenze, o ancora il Napoleone condottiero che valica le Alpi (1880) di Jacques-Louis David.
Poi, con la guerra di Crimea del 1853 e la guerra civile americana del 1861-‘65, i soldati, la vita di trincea, la brutalità dei massacri e gli orrori dei conflitti bellici trovarono nuovi testimoni, fotoreporter come lo scozzese Mathew B. Brady e il britannico Roger Fenton, presenti sul campo di battaglia con le loro camere oscure da viaggio.
L’invenzione della fotografia, con la sua capacità di cogliere quello che Henri Cartier-Bresson ha definito il «momento decisivo», cambiò, dunque, radicalmente la rappresentazione della guerra: il racconto diventò soprattutto immagine, prima statica e poi in movimento, con una diffusione planetaria prima inimmaginabile. Il miliziano spagnolo colto da Robert Capa nel momento della morte, il ragazzino albino raffigurato da Don McCullin in Biafra e Kim Phúc, la bambina che Nick Ut ritrasse in una disperata corsa per sfuggire alle bombe al napalm sganciate sul suo villaggio durante il conflitto vietnamita, sono, per esempio, entrati nella memoria di tutti.
Ma la fotografia di guerra non è solo cronaca, dovere di testimoniare la realtà. Porta sempre con sé il cuore e il cervello di chi scatta o, per usare le parole di Roland Barthes, «autentica il reale attraverso la soggettività di un uomo» che ha scelto di «essere –diceva Robert Capa- abbastanza vicino» ai principali teatri della Storia da comprendere sulla propria pelle come un conflitto cambi per sempre il volto di un paese, da immedesimarsi nel dolore delle persone tanto da rendere palpabile la loro paura e il loro sconcerto. Ecco quanto si legge tra le pieghe della mostra «Questa è guerra!», in agenda dal 28 febbraio al 31 maggio a Padova, nelle sale del Palazzo del Monte di Pietà, per iniziativa della Fondazione Cassa di risparmio di Padova e Rovigo. Centoventi fotografie, selezionate da Walter Guadagnini, insieme con giornali del tempo e documentari, raccontano al visitatore i principali scenari bellici degli ultimi cento anni, dalla Grande guerra ai più recenti focolai in Ucraina e in Medio Oriente, passando per i conflitti in Vietnam, Rwanda, Congo, Afghanistan, Iraq, ex Jugoslavia e Palestina, l'attacco alle Torri gemelle e la più datata guerra civile spagnola.
Lungo il percorso sono stati individuati punti di vista particolari e si è dato ampio spazio anche a immagini di amatori, per dimostrare come la fotografia sia stata davvero a tutti gli effetti il mezzo preferito di espressione e di racconto degli eventi nel corso del secolo.
Per quanto riguarda la Prima guerra mondiale si è posto, per esempio, l'accento sulle incredibili novità tecnologiche che quel conflitto sperimentò per la prima volta, mettendo in mostra fotografie aeree, che trasformano il territorio in una composizione quasi astratta, e immagini di carri armati, nuovi strumenti di combattimento che fecero la loro prima comparsa nella battaglia della Somme del 15 settembre 1916. La rassegna patavina allinea, inoltre, una ventina di fotografie scattate dalla principessa Anna Maria Borghese, nobildonna romana al fronte con la Croce rossa italiana, che ha raccontato la vita quotidiana dei soldati con la vera istantaneità delle prime macchine Kodak.
La guerra civile spagnola è, invece, vista attraverso gli occhi dei miliziani di entrambe le fazioni e i numerosi giornali che hanno coperto fotograficamente l'evento come mai prima era successo. Da queste pagine è tratto il celebre e discusso ritratto del soldato repubblicano colpito a morte da un proiettile sparato dai franchisti, autentica icona del XX secolo a firma di Robert Capa, qui presentato accanto a un'altra immagine nota, quella scattata da Gerda Taro a una miliziana che si stava addestrando a sparare.
Ma la vera guerra dei fotografi in divisa, i cosidetti «armed with cameras», è la seconda. Sono loro a raccontare le battaglie, ma soprattutto le conseguenze che il conflitto ha avuto sulla popolazione civile. Ecco così le immagini di Colonia prima e dopo i bombardamenti realizzate da August Sander, le commoventi fotografie di Ernst Haas che documentano il rientro a casa dei soldati austriaci in una Vienna in rovina, gli scatti di Henri Cartier-Bresson nei campi profughi, con la vibrante sequenza del processo popolare allestito nei confronti di un collaborazionista nazista additato da una sua vittima, o i soldati sul fronte  ritratti da Eugene Smith.
Le distruzioni della guerra sono esemplificate anche dagli scatti realizzati ad Hiroshima dopo i bombardamenti e da una parete di funghi atomici, prove fotografiche degli esperimenti continuati per tutti gli anni Cinquanta.
Lungo il percorso espositivo si incontrano, poi, gli sguardi di Don Mc Cullin, Eve Arnold e Philip Jones Griffiths sul conflitto del Vietnam.
I reportage lasciano, quindi, spazio a immagini di grande potenza e incisività, frutto del cambiamento che la televisione ha portato nel mondo della fotografia. Ecco così la Beirut martoriata di Gabriele Basilico, i colori allucinati di Richard Mosse che raccontano la guerra in Congo, l'esperienza multimediale di Gilles Perress, le torri di avvistamento israeliane raffigurate da Taysir Batnjj quasi come delle opere d'arte concettuale.
Si possono, infine, vedere le immagini sulle rivolte ucraine di Boris Mikhailov e il progetto di Adam Broomberg & Oliver Chanarin che si interroga sui cliché in gioco all’interno della rappresentazione visiva della guerra e che mette in luce come anche nel dramma di un conflitto possano esistere momenti in cui il caso può far accadere un lieto fine.(sam)

Didascalie delle immagini
[Fig. 1] Ernst Haas, Vienna, 1946-48. Museum der Moderne di Salisburgo; [fig. 2] Gabriele Basilico, Beirut 1991; [fig. 3] Unknown Photographer, The italian Magnis Freedom Fighters, 1944. Silver, gelatine print on glossy fibre paper Printed by December 1944. ©Daniel Blau Munich/ London; [fig. 4] Gruppo fotoelettrici in esplorazione notturna, Museo Terza armata di Padova; [fig. 5] Luc Delahaye, US Bombing on Taliban Positions, 2001. Courtesy Galerie Nathalie Obadia

Informazioni utili 
«Questa è guerra!». Palazzo del Monte di Pietà, piazza Duomo, 14 - Padova. Orari: feriali, ore 9.00-19.00; festivi, ore 9.00-20.00; chiuso i lunedì non festivi. Ingresso: intero € 11,00, ridotto € 9,00, scuole € 2,00. Informazioni: tel. 0425.460093 o mostre@fondazionecariparo.it. Sito web: www.fondazionecariparo.net. Sito web dedicato: www.questaeguerra.itDal 28 febbraio al 31 maggio 2015.

sabato 21 febbraio 2015

«Mercanteinfiera»: in mostra a Parma antiquariato e design d’artista

Più di mille espositori. Oltre un centinaio di buyer provenienti da Russia, Turchia, Brasile, Belgio, Francia, Inghilterra, Stati Uniti e Danimarca. Quattro padiglioni e quarantacinquemila metri quadrati dedicati all’antiquariato, al vintage e al design. Sono questi i numeri della ventunesima edizione primaverile di «Mercanteinfiera», in programma dal 28 febbraio all’8 marzo a Parma.
Eleganti mobili di età vittoriana, troumeau settecenteschi, modernariato pop, ma anche gioielli dal fascino intramontabile firmati Cartier, Audermars Piguet o Tiffany e raffinate suggestioni vintage griffate Cartier compongono la ricca offerta espositiva della kermesse emiliana, arricchita quest’anno da due eventi collaterali.
Berni Studio- Interior Design ha, per esempio, ideato la mostra «Circolare nel tempo: a passeggio tra design, arredo e quotidianità», che -attraverso quattro differenti ambientazioni di living e pezzi di noti designer come Bruno Munari, Giacomo e Achille Castiglioni, Vico Magistretti e Titti Fabiani- racconta il gusto e i costumi degli italiani in mezzo secolo di storia, dai salotti degli anni Sessanta, quando la famiglia si riuniva per il pranzo domenicale, ai giorni nostri.
Il primo ambiente, con la tipica carta da parati degli anni Settanta, presenta un divano in velluto dalle tonalità accese: lo «Strips» progettato da Cini Boeri per Arflex. In questo spazio si trovano anche uno dei pouf più famosi della cinematografia italiana, la poltrona Sacco consacrata dalle contorsioni di Paolo Villaggio nei panni del ragionier Giandomenico Fracchia, e la libreria «Book», resa celebre dal film «Manhattan» di Woody Allen. Mentre a illuminare il living è la luce effimera della lampada «Falkland» di Bruno Munari. Nell'ambientazione dedicata agli anni Ottanta e Novanta a prevalere è, invece, la cura del disegno e la ricerca dell'eleganza: a fianco del divano «Regent’s» di De Padova si possono ammirare lo «Scrittarello» di Vico Magistretti e la lampada Arco» di Giacomo e Achille Castiglioni, oggi parte delle collezioni permanenti del Triennale Design Museum di Milano e del Moma di New York. Mentre il contrasto tra bianco e nero è la cifra distintiva del living degli anni 2000, dove compaiono la bombata «Vanity Fair», archetipo per eccellenza della poltrona moderna, e la lampada da terra «Twiggy», fiore all'occhiello del brand Foscarini.
Chiude la mostra, nella quale è possibile anche ascoltare musiche d’epoca e vedere ritratti di icone del tempo come Mina, Madonna e Kate Moss realizzati dal pittore vicentino Giovanni Battista Tresso, la ricreazione di un living datato 2015, con arredi griffati De Padova e rari tappeti anatolici dell’artista Matteo Pala.
La seconda mostra collaterale di «Mercanteinfiera» è «Battaglie d'inchiostro. La guerra: tra reclame e propaganda attraverso il filtro della carta stampata», un progetto ideato da Villa Carlotta, museo e giardino botanico sul lago di Como, per ricordare il centenario dall'inizio della prima guerra mondiale.
La rassegna, curata da Serena Bertolucci, Paola Mazza e Paolo Aquilini, allinea immagini provenienti dall'Archivio storico pubblicitario di Paola Mazza a Como, nel quale sono conservate prestigiose prime edizioni e illustrazioni originali firmate da grandi comunicatori dell'epoca come Beltrame, Codognato e Dudovich.
L’inchiostro, insieme ad oggetti come la gavetta, il quaderno degli schizzi di un soldato o le lettere dal fronte, riesce così a trasmettere l'impatto del conflitto che vive tanto di una divulgazione enfatizzata dalla propaganda e dalla réclame quanto dall'immagine realistica e devastante assicurata dai primi reportage fotografici.

Informazioni utili
«Mercanteinfiera». Fiere di Parma, viale delle Esposizioni, 393A - Parma. Orari: ore 10.00-19.00. Ingresso: intero € 10,00, architetti (con tesserino) € 7,00, accreditati on-line € 8,00, gratuito per i ragazzi con meno di 14 anni se accompagnati da un adulto. Sito web: http://mercanteinfiera.it. Dal 28 febbraio all'8 marzo 2015.

giovedì 19 febbraio 2015

Venezia, l’impressionismo russo si guarda «A occhi spalancati»

Quando si parla di impressionismo viene subito in mente la Francia. È, infatti, a Parigi che, nella seconda metà dell’Ottocento, un gruppo di pittori decide di opporsi alle rigide regole dell’accademia ufficiale e, partendo dall’esperienza dei paesaggisti della scuola di Barbizon, comincia a dipingere en plein air (ovvero all’aria aperta), cogliendo le infinite sfumature della luce naturale sul soggetto che si è scelto di dipingere e fissando sulla tela l’impressione di un attimo, che sia il riverbero di un raggio di sole sull’acqua della Senna o la quotidianità della società parigina colta al lavoro, per strada e in momenti di intimità rubata.
Le rivoluzionarie e magiche pennellate di Pissarro, Monet, Renoir, Degas o Caillebotte, con l’abbandono della cosiddetta peinture de cabinet (ovvero la pittura di studio), hanno eco anche fuori dai confini francesi: in Italia con i macchiaiaoli, Zandomeneghi e De Nittis, in Inghilterra con Constable e Turner, in Germania con Liebermann e Corinth, nella Scandinavia con Anders Zorn, in Spagna con Joachim Sorola, nell'Est Europa con il polacco Gierimiski, l'ungherese Sziney Merse e il romeno Grigorescu.
Gli artisti russi, soprattutto i borsisti presso le botteghe e le accademie parigine, non rimangono estranei a questa influenza pittorica, che anzi accolgono e modificano sulla base della loro personale sensibilità e cultura. A questa storia, ancora poco conosciuta nel nostro Paese, guarda la mostra «A occhi spalancati», in programma fino al 12 aprile a Venezia, negli spazi di Palazzo Franchetti, sede dell’Istituto veneto di scienze, lettere e arti.
Cinquanta opere selezionate da Yulia Petrova, con Silvia Burini e Giuseppe Barbieri, responsabili del Csar dell'Università Ca' Foscari, fanno da biglietto da visita al nuovo Museo sull’impressionismo russo, la cui apertura è fissata per il prossimo autunno a Mosca, in un’ex fabbrica di cioccolata e dolciumi nel complesso commerciale e culturale Bol'ševik.
Deus ex machina della nuova creatura museale è il mecenate Boris Mints, che, dopo una laurea in fisica e una carriera nella macchina politica russa, ha realizzato la sua fortuna come imprenditore con la società «Group 01» e che, negli ultimi dieci anni, ha investito i suoi guadagni mettendo insieme una prestigiosa collezione sull’impressionismo russo, anche mediante l'acquisto sul mercato occidentale di una serie di dipinti che sono tornati così in patria.
Caratteristica principale del nuovo museo, che sarà diretto da Yulia Petrova, è l’impiego di nuove tecnologie multimediali (alcune delle quali sono sperimentate per la prima volta proprio nella mostra veneziana), che daranno così vita a uno spazio dinamico e interattivo, arricchito da una sala cinema e da una stanza per mostre temporanee, ma anche da attività educational e di ricerca per i visitatori di ogni fascia d’età.
In attesa del grande evento, si può ammirare la bella preview di Palazzo Franchetti, che accosta tra loro soggetti come il paesaggio, la scena urbana o il ritratto ambientato in contesti quotidiani, con una dovuta ma non sempre vincolante attenzione alla cronologia.
Il momento di maggior fioritura dell’impressionismo in Russia è di qualche lustro successivo alla svolta dell'arte francese e l’inizio potrebbe essere fatto coincidere con la realizzazione dell’opera «Corista» (1883) di Konstantin Korovin (1861-1939), artista noto soprattutto per i suoi paesaggi parigini: scene serali dalle pennellate ampie e impulsive, eseguite a partire dai primi del Novecento, nelle quali la città appare inondata di luce e dove si respira un’atmosfera fortemente teatrale, appresa dal pittore durante la sua lunga attività come decoratore per il Grande teatro di Mosca e il Mariinskij di Pietroburgo.
Già a partire dal 1870 con la nascita, grazie al coinvolgimento del mercante Pavel Tret'jakov, della Società dei pittori ambulanti (Peredvizniki) si ha, però, in Russia un progressivo allontanamento dai dettami dell'Accademia delle arti di Pietroburgo e un’apertura verso un’arte nuova, attenta al realismo e all’impegno sociale. Questa estetica, il cui riferimento culturale è Lev Tolstoj con il suo in «Cto takoe iskusstvo» («Che cos'è l'arte», 1898), è anche motore, negli anni successivi, per la nascita di altri importanti gruppi artistici come l’«Unione dei pittori russi», attenta alla rappresentazione della vita individuale e sociale, e il pietroburghese «Mir iskusstva» («Il mondo dell'arte»), che tende al modern e guarda anche all’esperienza del liberty o dell'art noveau.
La rassegna veneziana permette così di accostarsi alla produzione di Vasilij Polenov e Il'ja Repin, pittori che ebbero modo di conoscere l’impressionismo durante un loro soggiorno parigino. Ci sono in mostra anche lavori di Konstantin Juon, Petr Petrovicev e Stanislav Zukovskij. Non mancano, poi, lungo il percorso espositivo opere di Koncalovskij, Grabar', Kustodiev, Baranov-Rossiné, ma anche di Sergej Gerasimov, Georgij Savickij e persino di artisti molto legati al realismo socialista come Aleksandr Gerasimov e Dmitrij Nalbandjan. D'altra parte l'immagine guida della mostra –i «Manifesti sotto la pioggia» di Pimenov (1973)- documenta con ogni evidenza come la matrice impressionistica caratterizzi con un certo rilievo anche il periodo del disgelo post-staliniano.
La rassegna veneziana allinea, dunque, le prime esplicite meditazioni e rielaborazioni della rivoluzione artistica francese, ma evidenzia anche la tenace persistenza, per buona parte del Novecento, di questo approccio alla raffigurazione della vita individuale e dei suoi scenari. Ecco così che accanto a rare tele di Konstantin Korovin, il più famoso esponente dell’impressionismo russo, si trovano lavori di pittori come Vladimir Rogozin e Valerij Kosljakov, che non si possono certo considerare impressionisti in senso stretto, ma per i quali sono risultate fondamentali le ricerche dei loro predecessori alla fine del XIX secolo e che raccolgono oggi, idealmente ed efficacemente, in una chiave contemporanea, la loro eredità. (sam)

Didascalie delle immagini
[Fig. 1] Jurij Pimenov, «Cartelloni sotto la pioggia», 1973; [fig. 2] Kostantin Korovin, «Al parco», 1880; [fig. 3] Nikolaj Bogdanov-Bel’skij, «Estate», 1911; [fig. 4] Tit Dvornikov, «Al mare», 1912

Informazioni utili
«A occhi spalancati». Palazzo Franchetti, Campo Santo Stefano, San Marco 2847 - Venezia. Orari: martedì-domenica, ore 10.00-18.00; chiuso il lunedì. Ingresso libero. Catalogo: Terra Ferma. Informazioni: tel. 041.2407711. Sito internet: www.istitutoveneto.it.  Fino al 12 aprile 2015.